Come tutto, anche questo progetto ha un inizio e una fine.
Nonostante alcuni vari miei sforzi in passato di trovare una forma di "pubblicazione" delle mie opere, l'intenzione di usare come strumento il blog non mi era mai passata per la testa, sia perchè tutte le forme della rete mi sono sempre sembrate un po vuote e poco accattivanti, sia per un pregiudizio causato dall'ignoranza che molto spesso ho visto trasparire da queste forme.
Eppure, quando ho pensato a questo scritto, la forma più adeguata che ho trovato è stata proprio questa. Ringirazio Fede (Laeviar) che, con il suo blog (di cui al link) mi ha aperto su una possibilità, seppur diversa e più soggettiva di quella che ho scelto, di usare in maniera bella e utile il blog.
Quanto alla trama e all'intreccio, l'ispirazione è arrivata trai miei studi giuridici, in particolare dal diritto penale, e da qui l'intenzione: cercare di capire l'intensità del problema del male e del crimine attraverso l'unica forma d'arte che ho mai frequentato, la scrittura. Ma come fare? Qui sono entrati in gioco le mie passioni e i miei interessi artistici: amo i romanzi e i film a intreccio (Mrs Dalloway e The Hours), amo le storie di persone che si scontrano e si incontrano (Pulp Fiction e Crash contatto fisico), amo le trame complesse e i colpi di scena (Memento, Traffic). Sopra tutto amo la poesia che contiene le idee, e la letteratura classica che cambia la vita; così ho pensato a Dostoevskji e a come creò i suoi capolavori...pezzo per pezzo, puntata per puntata, giorno per giorno agli occhi della critica di amici e sconosciuti.
Da tutte queste idee insieme è nato il progetto di questo spazio nella rete: la storia di tre vite diverse che ha principio nel carcere, narrata da voci diverse e da punti di vista opposti, come rappresentazione e ricerca della realtà dimenticata della reclusione, ma soprattutto come racconto del problema del male e della salvezza agli occhi di un mondo che troppo spesso non ricorda il passato e non crede nel futuro. Un romanzo scritto nei giorni, modellato dall'esperienza e dai vostri commenti e pareri, aiutato dallo studio e dalla lettura, e magari dal coraggio di voler cambiare qualcosa.
Ovviamente questo mio non ha intenzione di essere un saggio o un report sulla vita del carcere, e nulla o quasi della storia è tratto da esperienze e voci di persone reali. Ciò non toglie che ho cercato nelle poche fonti che ho trovato di trarre tutte le informazioni neutre utili all'argomento e alle descrizioni. Proprio a questo fine, come post scriptum, lancio a un appello a tutti i viandanti della rete: chiunque conosca o trovi materiale che riguarda il carcere, le condizioni di vita dei detenuti, testi criminologici o socio-psicologici a riguardo sulla rete e facilmente reperibili, mi può aiutare fattivamente, anche solo con un piccolo link.
Sono Maria, ho ventitre anni, vengo dalla Svezia. Sono a Madrid da due anni, e faccio l'accompagnatrice. Ronnie, il mio capo, dice che non vuol dire che sono una puttana da strada. Vuol dire solo che a Madrid i signori ricchi possono portarmi in giro nella loro costosa automobile, mostrarmi o non mostrarmi, e divertirsi con me per non meno di cinquecento euro a notte. Dicono che sono bella, e che sono tutta loro. Io nel mio vestito elegante e nella mia acconciatura alla moda, non rispondo: non rido e non piango, ma aspetto il di tornare, il fine settimana, per stare con mia sorella e la sua piccola bambina, che è malata di leucemia. I miei soldi servono alla nostra famiglia di tre donne e nessun uomo, per vivere insieme, curare Annelise, e darci un futuro. Un tempo non era così: nel mio liceo di Stoccolma ero la più invidiata della classe per i miei lucenti ricci rossi e il mio corpo prosperoso da mediterranea; mentre i ragazzi mi guardavano passare e mi ammiravano, i professori mi lodavano per la mia passione per le scienze. I sogni accumulati in infiniti cassetti di una stanza senza memorie si sono rotti un giorno di Ottobre. Mia madre è morta, mia sorella Luise ha partorito a sedici anni, ci siamo trovate piene di debiti e senza soldi, con una bocca da sfamare. Nè l'orgoglio nè l'amore vincono la fame...per più di un mese. Così abbandonai i miei cassetti di sogni rovesciati: L'Università appena cominciata, il mio principe azzurro che mi adorava, le immagini di tanti figli e di baita sui fiordi proprio dove l'avevamo fatto la prima volta. Con internet trovammo voli a basso prezzo: così la Spagna trovò noi, e con lei ci trovò Ronnie.
Chi mi legge si chiederà cosa possa avere da raccontare una come me. Non pensiate che cerchi il vostro perdono o la vostra compassione: infine ho capito che da sempre sono stata libera, ma ho sbagliato. Fare la puttana di lusso non vuol dire perdere i sogni, solo dimenticarli. Beh, comunque io ce l'ho una cosa da raccontare, se mi volete ascoltare. Più che una cosa, è una persona e si chiama Edoardo.
Edoardo Nvajas De Ventura ha quarantadue anni, i capelli corti brizzolati , la pelle liscia e abbronzata, due splendidi occhi magnetici e verdi, un fisico curato da anni di sport. Ha molte proprietà e molti amici, una figlia che studia in Australia, una ex-moglie risposta e adesso fa il carcerato. Si, Edoardo è in galera. Bancarotta Fraudolenta aggravata da danno patrimoniale di rilevante gravità, 8 anni di reclusione - per fortuna che sto studiando la vostra lingua su un libro della figlia di lui, altrimenti credo non sarei mai riuscita a scriverlo correttamente -. Ma andiamo con ordine:
Un pomeriggio di Marzo mi ha chiamato il mio capo, Ronnie, e mi ha detto che aveva un lavoro grosso per me. Sono andata da lui sotto una pioggia di vergogna come tutte le volte, per le strade di periferia calde d'asfalto. Come tutte le volte il bisogno di soldi era più forte del desiderio di andre via e abbandonare questa vita. Ripenso a quello in cui mi sono messa quando sono stata attratta da questo lavoro: all'inizio sono soldi facili e moda gratis. Poi inizia il vortice dell'abbandono; ricchi, party, sesso, droghe. Poi, sesso a pagamento per mantenere la bambina e la dipendenza, poi infine il vero lavoro che, ho scoperto, mi sarebbe aspettato con Ronnie. Ronnie è un ragazzo sui trentacinque, dalle spalle larghe e dalle mani pesanti... tiene il suo piccolo business da casa sua, tramite annunci su internet e cose del genere. Salgo da lui: l'appartamento è grigio e spoglio, puzza di sesso e hashish. Mi apre: è nudo, con una birra in mano e i lunghi capelli neri sulla faccia. Mi squadra e mi sorride - sa che sarei tornata. Mi avvicino e lo bacio su una guancia: gli sento il profumo di mia sorella addosso. Spero sia una coincidenza, ma so che aveva bisogno di soldi, in un istante capisco che è di la in camera da letto, sento la sua voce assonnata chiamare "amore". Mi chedo solo dove abbia lasciato la piccola Annelise. Ronnie si siede con aria sorniona sul divano davanti alla televisione che manda un programma di cucina. Mi offre della coca, la prendo, mi dice che scalerà come al solito da conto, non lo guardo in faccia per non far trasparire il rigetto e il bisogno. Mi accendo una sigaretta mentre mi dice che uno dei suoi clienti storici vuole fare una sorpresa a un amico. Nulla di nuovo - penso- sono abituata a queste cose. Party in ville di lusso vestita da coniglietta o da infermiera. Poco importa. Sta volta, dice Ronnie, è diverso: sta volta la festa è in galera. In un istante mi travolge un ricordo: mia madre che mi viene a prendere fuori da scuola con mia sorella per mano e mi dice "hanno ucciso papà in galera". Non mi ricordo lacrime, solo terrore. Il suo compagno di cella l'aveva picchiato a morte con una sedia in una notte di neve. Ricordo ancora come le mie lacrime calde di rabbia e paura scavassero la neve al camposanto. Sconvolta punto gli occhi in faccia a Ronnie e dico che non accetterò questo lavoro. Ronnie mi guarda e mi squadra con gli occhi cattivi: so che sta per dirlo ancora. "Bene, allora vattene e lascia morire di fame quella zoccola di tua sorella e il suo marmocchio deforme". In cuor mio, bestemmio. Non piango: non ci sono lacrime per quelle come noi. Gli sorrido e gli dico "hai ragione Ronnie, scusa". Torniamo a parlare, e mi spiega: mi dice che il suo amico è disposto a pagarci duemila euro per la sorpresa, poi tutte le altre volte che verremo ci accorderemo direttamente coll'ingabbiato, se ne avrà piacere. Mi dice che il cliente, questa volta, è una brava persona: pare sia un importante imprenditore, un amministratore o qualcosa del genere. "Quasi un piacere, portarselo a letto". Letto duro del carcere, ma pur sempre letto. Dovete sapere, se non siete di qui, che in Spagna è stata fatta una legge che permette gli incontri e le relazioni personali in galera. Questo serve a evitare che i delinquenti rinchiusi da molti anni riaschino traumi sessuali, o sfoghino la loro repressione sugli altri galeotti. Ma chiaramente non sono concessi rappoti con donne di strada o sconosciute: il rischio di contatti con la malavita è troppo alto per lasciare entrare prostitute e accompagnatrici in contatto con malviventi di qualunque sorta. Qui entra in gioco la mia bravura: dovrò fingermi sua moglie, sua nipote, sua cugina, eludere i controlli delle guardie, magari con uno sguardo ammiccante o una scollatura accentuata, e riuscire ad entrare in quella camera con lui. Il nostro carcerato si aspetta di incontrare l'amico: sarà una bella sorpresa. Penso che vorrò godermi quel momento di recitazione, so che una volta iniziato, in quella sala il mio ruolo torna lo stesso di sempre. Sesso e soldi.
Bene....ci pensai molto a lungo, rispetto al solito: aspettai la seconda striscia della bamba di Ronnie, per essere definitivamente assoldata, e ascoltare tutte le condizioni. è stato così che il giorno dopo ho incontrato Edoardo.
Su questo foglio, con questa penna, confuso. Confusamente scrivo e disegno le cose che non capisco. Scrivo e non voglio...scrivere per nessuno è come pensare e non poter parlare.
Prepararsi, è l'ora d'aria. Prepararsi, perchè lì si è più soli di quando qui di notte senti il cuore che piange e sei solo. Più solo di quando sei libero, ma non sei capace. Davanti alle cento persone che girano in cerchio, che ridono e sanno parlare, in mezzo al caos di quei minuti; libero ma col fucile puntato, lì si che sei solo. In mezzo a tutta quella marmaglia. Sono più grande, più forte, più veloce e più spietato. Ma so che mi invidiano e mi odiano per come sono, per quello che ho fatto, per come mi esprimo, per il mondo da dove vengo. Mi odiano, e aspettano l'occasione per smettere di farmi marcire in galera per darmi a marcire ai vermi. Se non fosse per quei polizziotti col mitra, che temono noi "sorvegliati di massima sicurezza" come fossimo diavoli, e girano armati fino ai denti, mi prenderei l'onore di controllare nella testa dei miei compagni di giochi se davvero c'è qualcosa. Una cosa da fare a mani nude, che da molta soddisfazione. I risultati possono essere sconcertanti.
Ma qui ho ancora una vita da passare. Gli avvocati mi hanno abbandonato a me stesso, e la mia famiglia non viene neppure più a trovarmi. Sono passati sei anni dal giorno dell'arresto, e solo due da quando mi sono ribellato al carceriere e gli ho spaccato il muso. Le cose non fanno che peggiorare, non c'è una via d'uscita. ma non è una cosa che ho scelto. Rifiutare la buona condotta e la semilibertà tra quindici anni è stata un'esigenza, come evitare che quello scimmione del secondino cercasse di rompermi il culo. La prima cosa che ti insegnano dalle mie parti è che Lui è il capo, la seconda è avere sempre rispetto per la Vergine Maria, la terza è che tutti stanno cercando di fotterti, e ogni cosa che accetti o che fai ha una ripercussione su quello che sei, su come sarai, e su come la gente ti vede. Prendersi la vergogna una volta vuol dire morire dentro per sempre, e farsi fottere ogni notte. Non sono mai stato il tipo da scendere a compromessi: se mi vai bene, bene. Se non mi vai bene non ha senso che tu stia in giro, quindi non ci devi essere più.
Se la mia lingua si sciogliesse, l'avrei urlato in faccia a quel polizziotto rottoinculo prima di sfondargli la faccia: non mi usciranno dalla testa le tue grida quando morirai. Nella mia testa e nei miei incubi restano sempre le facce e i rumori: da me non esce niente. Tutto resta, tutto torna, nessun'altra espressione. Non riesco a liberarmi dei suoni dei rumori delle parole che mi hanno attraversato: mi martellano in testa secondo per secondo, voci di facce che ho dimenticato, rumori di pistole di notte nel fumo, scrosci di pioggia sul mare, passi sul pavimento della bettola che vengono a prenderti. E ancora solo grida di angoscia, mai urla d'amore.
A ogni uomo che uccidi, ti si irruvidiscono le mani e ti si raggela il cuore, e alla fine lo fai per mangiare, per noia, per covenienza...non c'è neanche odio. I Sei anni in carcere sono più o meno questo: il freddo dell'anima che si prepara a sparire. So che un giorno mi prenderà stessa morte che regalo agli altri, sarò suo e tutto questo finirà. Ma fino ad allora, ci devono ancora riuscire a fermarmi davvero.
La notte allungava le sue fitte ombre sulla periferia dimenticata. Le strade come un groviglio di cerchi e di onde scomposti d'un filo spezzato correvano a perdita d'occhio tra case addormentate e lampioni oscurati di zanzare. La pioggia cadeva incessante dal cielo di Giugno, e il caldo afoso saliva dall'asfalto, intorpidendo i sensi, annullando il fresco piacere dell'acqua. Lontana brillava un'insegna rossa di un pub irlandese. La porta socchiusa apriva a una sala sui toni del rosso e del verde, di tavoli di legno e scritte in gaelico. Una ballata rock coronava l'ambientazione, definendo il gusto piacevole e banale del locale.
Seduti in torno a un tavolo vicino a una parete stavano cinque ragazzi. I due dei maschi scherzavano ammiccanti, e le due ragazze sorridevano, compiaciute delle loro conquiste. Il terzo ragazzo stava un poco in disparte, bevendo con poca attenzione l'ennesimo Coca e Jack. Sembrava, dallo sguardo perso e sognante, che fosse sospeso. Davvero forse stava aspettando qualcosa, tra quei bicchieri, quelle ragazze, quel bar di provincia, quella vita di gioventù che non ritorna. Forse voleva qualcosa che non si rifugiasse nelle banalità dei giorni, delle ore, dei suoi anni. Si chiamava Doriano Clerici, ma si faceva chiamare Dorian. Aveva vent'anni, allora, e studiava economia a Milano. Con i suoi capelli biondi lunghi, gli occhi azzurri glaciali e il suo stile bohemien e ribelle era certamente il centro degli sguardi e delle attenzioni di amici e ragazze ovunque si trovava. Si faceva chiamare Dorian, come l'eroe del suo romanzo preferito. Bello, giovane, col mondo ai suoi piedi, e il desiderio di vivere e di conoscere tutto quello che la sua esperienza gli mettesse davanti. Con la sua presenza piacevole, con i modi ricercati e fascinosi, con la loquacità gioviale e radiosa che possedeva, costruendosi come un'opera d'arte, non vi era mai stato ostacolo difficile, mai donna inarrivabile, mai serata spenta, se non lo voleva.
Ma in quel momento era completamente rivolto nell'introspezione. Trasportato e accompagnato da un bicchiere, stava gustando quel momento di inebriante malinconia. Era in un posto dimenticato, lontano dalle preoccupazioni, con amici sinceri che lo amavano, con ragazze che avrebbe conquistato con una o ben poche parole...con soldi in tasca abbastanza e una macchina pronta a portarlo dove voleva; eppure sentiva dentro di se qualcosa che profondamente e insanabilmente gli mancava. Qualcosa per cui valesse la pena ascoltare il rumore della pioggia, sentirci dentro il suo tempo passare e accettare nonostante tutto di aspettare. "Anche per sempre" Sospirò tra se e se, sognante. I suoi amici non lo sentirono, ben occupati in altre facende. Non capivano come mai, quella sera, con quelle due ragazze abbordate per caso, stesse così, in silenzio. Per loro, di certo, si trattava di una fortuna insperata. Cercavano in ogni modo, un po facendo la smorfia delle frasi si Dorian, un po mettendoci del proprio, di risultare fatalmente attraenti. Le due belle, che non avevano bisogno di troppe conferme, di tanto in tanto guardavano l'ospite muto di sfuggita, ma lui non rispondeva agli sguardi e alle moine. Guardava oltre e sentiva nel cuore come una nostalgia di qualche posto che non aveva ancora trovato.
In un momento, si guardò in faccia sul vetro che rifletteva la pioggia. Si disse che quello che cercava non era poi lontano, o non l'avrebbe di certo trovato. Rinunciò alle speculazioni e decise: prese il cocktail con la destra, lo bevve d'un fiato e con un sorriso beffardo verso gli amici prese la parola: "Ragazze...voi conoscete, vero, la storia del mio omonimo Dorian Gray? Forse l'avete studiata a scuola...ma l'avete mai letta veramente? Beh, se mai vi capitasse di riaprire quel libro prezioso, io vi dico, qui ed ora, che in quella storia trovereste raccolto tutto ciò che di importante c'è da vivere e da capire, per la nostra generazione. Non badate solo ai tratti poetici, alle descrizioni, alle frasi d'effetto. Andiamo alla sostanza! Bisogna comprendere che l'importante è vivere, intensamente, con passione, con violenza tutta la vita. Non possiamo permetterci, bellissime amiche, di perdere neppure un istante, o un'occasione." Fermò con gesto ricercato una cameriera con un completo da lavoo succinto e dei bei ricci neri luminosi: "Mi potresti portare cinque sambuche lisce, cara? Ah...a proposito...stavo dicendo alle due bellissime ragazze che sono qui al tavolo con me che la parte che vale della vita è quella in cui facciamo delle esperienze sensazionali e indimenticabili...che ne pensi? Porta una sambuca anche per te, e la beviamo insieme! Dedicami solo un minuto, ma voglio offrirti un momento che spero non scorderai!". La cameriera, interdetta e affascinata, obbedì agli ordini del ragazzo. Un minuto dopo, davanti al liquore profumato e ai cinque spettatori, Dorian riprese, prendendo un'accendino dalla tasca "Il mistero delle cose si può percepire quando ci mettiamo in contatto con la loro forza. Prendete questo liquore fluido e trasparente" disse e dette fuoco al contenuto del bicchiere "avreste mai detto che l'energia di questa sostanza era fuoco, che accende lo spirito?". Spense con la mano la fiamma, ispirò a pieni polmoni il fumi alcolici, e bevve il caldo contenuto. Poi, con uno spontaneo "provate e vedrete" si asciugò le lacrime dagli occhi arrossati, e sorrise alle presenti. I suoi occhi azzurri brillavano di un misto di gioia e sottile vanagloria. I suoi amici si convinsero subito; le ragazze poco dopo.
Poco altro c'è da raccontare: Dorian conquistò con quel gesto la cameriera, lasciando i suoi amici alle attenzioni delle altre due ragazze. Le promise, dopo il turno, di portarla a vedere l'alba sul lago, dove le luci della città dormiente predicono la posizione delle stelle. Non le staccò gli occhi di dosso tutta la sera, dimostrandole tutto l'interesse necessario, e non di più. Usciti dal locale le strappò e le concesse un rapido bacio galeotto...poi prese la sua macchina, la fece accomodare come un gentlemen dell'ottocento, mise in moto spegnendo la sigaretta americana, e partirono. Fecero l'amore sopra una spiaggia di sassi sul lago di Como, e poi ripresero la strada per tornare a casa.
Proprio nel momento in cui Dorian, sicuro e felice della conquista, stava voltando sull'ultima strada che li portava a casa di lei, qualcosa tra le lunghe ombre dell'alba sbucò da dietro un albero e attraversò la strada: in un attimo fù spezzato dalla macchina, e gettato lontano. Doriano inchiodò con un'imprecazione, scese dalla macchina con la ragazza che ancora urlava, si gettò sul corpo del marocchino vestito di stracci. Ancora respirava, ma a fatica. L'ambulanza arrivò di corsa...ma forse troppo tardi per salvarlo.
Mi sveglio, apro gli occhi nel buio. Mando via i fantasmi dei miei sogni che è ancora tutto nero davanti a me. Affido in una preghiera Annelise: dorme, poverina, nella culla davanti al mio letto, sento il suo respiro faticare per la tosse. So che per la sua vita desidero qualcosa di diverso da quello che mi sono presa per me. Prego inconsciamente qualcosa, qualsiasi cosa, Qualcosa che possa salvarla. Mi muovo dal letto verso il bagno: preparo gli attrezzi del mestiere. Mi lavo accuratamente con i sali profumati. Agli uomini di finanza, quasi sempre, paicciono i profumi esotici - tra le vostre braccia si sentiranno fuggire lontano dalle loro preoccupazioni. Curo i capelli, quelli fanno sempre un ottimo effetto sulle persone fantasiose: trai miei ricci brillanti li vedo perdersi nei loro sogni. So che tutto è determinante, e tutto è infondo inutile. Se anche perderò questo lavoro, ci sarà sempre, finchè sono giovane, qualcuno disposto a pagarmi per quello che faccio. Preparo una piccola borsa con qualche oggetto, caso mai il nostro misterioso malvivente sia esigente, e mi vesto con il mio tailleur da brava ragazza: un taglio semplice, nero, una camicetta bianca con un piccolo ricamo di pizzo sulle maniche e sul collo.
Do un bacio ad Annelise, che ancora dorme, sveglio sua madre che, maledetta stupida, è riversa sul divano. Quando mi avvicino noto la coca su uno specchio di fianco al divano, e una bottiglia vuota sul pavimento. Quando la scuoto e la sua voce drogata mi insulta, la picchierei. La rabbia si mischia per un istante a frustrazione, le tiro una sberla e con i miei occhi puntati nei suoi, e pieni di lacrime "Annelise non se lo merita, non se lo merita! Non si merita me e te...lei non ha fatto niente, niente!". E lei, intorpidita:"Smettila...smettila Marie. Io non lo voglio sapere. Io non ci voglio più essere. Vorrei essere lontano...". Con un brivido che passa lungo la schiena e travolge la mia maschera spagnola mi commuovo. Smetto subito, torno in me e me ne vado. Si arrangi, lei e le sue stronzate.
Attraverso le strade del centro. Madrid è bella alla fine della primavera. Il profumo dei fiori riempie le vie, l'aria frizzante del mattino risveglia lo spirito, e le fontane spruzzano e colorano le piazze. Tutto è altro da me. Salgo sull'autobus che porta a Soto del Real, il carcere.
Eccomi, sono pronta. Apro due bottoni della camicia. Inizia lo spettacolo. Entro nel grande edificio grigio dalla parte dei visitatori. Trovo una guardia, che fissando intensamente la mia scollatura, mi chiede gentilmente "Cosa posso fare per lei, signorina?". Con grande sforzo cerco di imitare un accento inglese, nel mio spagnolo oramai abbastanza solido, e dico solo "Sono la nipote di Edoardo Nivajas De Ventura. Dovrei parlargli in private. Sono venuta da America per questo, vi prego di aiutarmi. Questioni successorie. Qui ci sono miei documenti..." Poi accentuo un sorriso e mi sporgo verso di lui, ormai ammaliato, che dimentica i documenti, e gli chiedo: "mi hanno detto che avete delle camere, qui in Spain, in cui si può parlare lontani da occhi indiscreti, vero?". Mi guarda con un ghigno assatanato, e annuisce. Dice che mi farà accomodare nella "sala di relazioni" più bella che hanno. "Meglio così" concludo. La sala in cui mi porta, dopo aver mandato a chiamare il mio cliente, è spoglia. Ci sono un letto matrimoniale e una tavolino con due sedie. C'è un telefono, uno specchio e un orribile quadro moderno troppo piccolo per l'enorme parete bianca. Mi siedo, e quando la guardia fa per avvicinarmi, semplicemente mi alzo con l'indice gli tocco il naso, facendo poi cenno di no. Sussurro "cose più importanti, ora." Capisce che aria tira, e se ne va. Inizio a calcolare le mie prossime mosse compiaciuta. Slaccio un altro bottone, e specchiandomi metto a posto il reggiseno osè e i capelli. Attendo circa dieci minuti, tra rumori di sbarre e si porte che si aprono e chiudono. Scaccio forte dalla testa il pensiero della morte di mio padre, e cerco di farmi trovare pronta dal mio amante.
Quando sento dei passi avvicinarsi, mi alzo di scatto e mi preparo a parlare. Entra da solo, un po coperto dall'ombra. Mi sporgo in avanti, a vederlo. Quando i suoi occhi verdi brillano alla luce della lampada al neon, mi ritraggo indietro. Bellissimo. Ricci quasi argentati. Spalle larghe, ben proporzionato, profilo mozzafiato, mascella quadrata, pelle rasata con cura. Mi tende una mano quasi da pianista: morbida, con le dita affusolate, ma sicura e possente. Io, involontariamente, mi sono potata la mano alla scollatura, coprendola. Gli tendo la mano, interdetta. Muove le labbra per presentarsi: lo anticipo con voce sorpresa "Edoardo?".
Sorride con gli occhi verdi, sorride con le labbra, si muove verso di me, avvicinandosi. "Sono io. Tu invece..." Mi legge dentro per un periodo infinito, mentre la mia mano stringe i bordi della camicia mezza aperta."Ti chiami Maria". Sento le lacrime salire agli occhi: ha la voce di mio padre.
Ora d'aria. L'aria cattiva di un posto infame intossicata da fumo di sigarette e calore d'asfalto. Puzza di uomo, di corpo. Puzza diversa da quella di morte, quasi antecedente. Seduto tra gli altri che passano e mi scrutano, guardo il cielo grigio di Settembre. Cupo e caldo...corrotto dagli uomini. Sento il battito del mio cuore accelerare...tornano i sogni. Il grigio del cielo sfuma, si trasforma nell'azzurro limpido del mio mare. Cerco l'aria promessa lontano, dove non posso arrivare.
Qualcuno mi ha pestato un piede. Mi riscuoto dal sogno, e lo guardo in faccia. è negro, puzza di merda e di vigliacco. Sogghigna, fa per andarsene. Mi alzo. I miei battiti sono tornati a scandirsi lenti, spietati. lo guardo. Non ride più, adesso. La mia ombra lo copre. Nero su nero. Sempre guardandolo in faccia, sposto la sedia sopra il suo piede. Con un rapido movimento, mi siedo lasciandomi cadere. Non si modifica la mia espressione, non traspare nessun sentimento, neppure l'odio che non merita. Sento solo le ossa del suo piede cedere, non lo sento gridare. Tre suoi compari, colorati come lui, lo portano via con una mano sulla sua bocca. Le guardie non hanno visto, o non vogliono vedere. Hanno smesso di voler avere a che fare con me. Mi evitano, se possono. Finalmente finisce questa finta libertà di un ora soltanto. Torno alla mia cella. Torno a pensare al mio mare.
Ho un ricordo che mi segue, che torna le notti e non lascia dormire. Nel sonno lo sento arrivare, lo temo, capisco che mi può far male. Cerco di fuggire l'incubo, sudo e mi rigiro tra le coperte stoppose. Alla fine arriva e torna sempre. Mi pervade: mi trovo libero, su una terrazza che si apre sul mare. La famiglia, la gioia, la tavola imbandita. Passa il vento, guardo il mare. Fisso il seno coperto da capelli rossi che desideravo prendere. Non ci sono grida nè rumori. Solo pace, bella musica paesana, risate. Ma il vento d'un tratto soffia più forte, e scolora i visi, i seni, i capelli, la tavola, il mare...scompare la musica, le risa, le parole. Tutto lentamente viene portato lontano. Mi risveglio sempre nella stessa cella nera, col sudore che mi brucia negli occhi. Lo sguardo si posa sempre sull'immagine sospesa della Vergine infilzata.
Prendo l'immagine, la fisso. So che lei sola capisce e rappresenta quello che io faccio alle persone. Quello che loro mi hanno fatto per primi. Lei racchiude in se il mio dolore, e il dolore degli altri. Guardo la pelle bianca sporcata dal sangue, e me ne sento sporche le mani. So che quel sangue non si lava come le onte, non si lava con altro sangue. Ma tutto torna alla cella, nulla può cambiare.
Bussano alla porta con insitenza. Bussino pure. Continuano a battere con i manganelli. Fossimo a casa, sarebbero già stati trapassati da una raffica. Metto sul cuore la Madonnina, guardandola l'ultima volta. Apro alle quattro guardie che mi puntano con i loro fucili. Mi stringono le catene...credo mi vogliano punire per il negro. Me ne fotto. Ho ancora negli occhi quel sangue e quel mare. Mi scortano ad un ufficio, a un piano superiore. Devo avergli fatto male...penso con un sorriso. Quando l'ufficiale, vestito in camicia e ben ordinato mi apre, capisco di essermi sbagliato. Sono lì per un altro motivo.
Nella stanza arredata di legno con mobili industriali, e con qualche fotografia di donne e bambini, siede una donna. L'ufficiale congeda due delle quattro guardie. Mi da da sedere di fronte alla bella signora dai capelli castani. I due rimasti mi chiudono le manette, mi tengono comunque a tiro. Lei inizia a parlare. Ha una voce bellissima.
Quando mi risbattono in cella, un'ora dopo, sento ancora la sua voce nella mia mente, sopra solite grida che non mi lasciano in pace. Cerco di leggere il fascicolo colorato che mi ha dato. "Progetto di ri...educazione e di rein...reinte...reintegrazione sociale. Uso dell'arte per la uma...umani...u-ma-ni-zza-zio-ne del detenuto".
Dorian era sempre stato, in fondo, un buon ragazzo. Aveva davvero un bisogno grande, e un grande dolore dentro di se. Non lo abitava quello che alcuni chiamano Genio, o Follia. Ma una strana sensibilità, un modo profondo e lancinante di percepire le cose. Per questo si ritrovava con così dolce piacere nelle parole dei decadentisti, o del Grande che cantava un'altro Dorian, suo fratello. Sapeva di avere la capacità di sentire il mondo, di vederlo pulsare e gemere sotto di lui, mentre lui, infaticabile amatore, lo cercava, lo voleva e lo prendeva istante dopo istante, con cura metodica e passione, con la forza della giovinezza. Nessun ostacolo, si diceva, può fermare chi vuole davvero sapere, chi vuole cogliere il fiore del mondo per ornarsene e solevarsi dalla banale vuotezza dei giorni e degli spiriti comuni. Sognatore, ma calcolatore opportunista, Amante dell'Amore, ma conquistatore istintivo e cieco, scrittore e poeta, ma di versi che non sono mai stati scritti e saranno dimenticati. Tutto quanto faceva, dal gesto più eclatante al più modesto, lo portava avanti con orgoglio; senza cattiveria, senza odio, ma solo per soddisfare e sentir tacere quell'insaziabile desiderio che incessante lo pervadeva.
In fin dei conti Dorian, fino a quel momento, era sempre stato un giovane idealista.
Mai si sarebbe immaginato di trovarsi, all'alba di un mattino piovoso, davanti ad un ospedale addormentato con lo sguardo perso in una pozzanghera sporca, aspettando da solo un verdetto che gli avrebbe cambiato la vita. Era, appunto, solo, con i vestiti infangati e il freddo che lo riempiva di brividi a tratti, misto alla paura e allo shock. L'ultima sigaretta gli bruciava tra le dita...la cenere lunga e pendente sembrava pietrificata (come la sigaretta nella sua bocca, come il suo volto, come il suoi capelli scomposti, come la sua figura sopra una panchina colorata di rosso, come il suo cuore).
D'un tratto, come punto da una bestia velenosa, si rialzò con uno scatto. Il medico gli si stava avvicinando trafelato. "Nessuna buona notizia, Signor Clerici. Mhagdi Hararan è deceduto a causa della frattura della colonna vertebrale, decisamente imputabile all'urto con il suo veicolo.Mi spiace...cerchi di affrontare con coraggio la situazione. è l'unico buon consiglio che le posso dare." Doriano esitò, sentendo qualcosa spezzarsi dentro "Ma...dottore...Non si può davvero fare nulla?". Il dottore lo scruto per qualche istante, con aria indifferente "Signor Clerici, se non fosse stato per il sua concentrazione alcolemica imbarazzante nel sangue, forse lei qualcosa avrebbe potuto fare Io non posso farla trornare indietro, come non posso far tornare indietro quel pover'uomo di Hararan. Quello che può certamente fare ora come ora è cercare un buon avvocato, e pregare, se crede in qualcosa. Arrivederci." Si voltò dirigendosi verso la sala interna. Dorian lo guardò sparire dietro la porta a vetri automatica con aria attonita. Si accorse, d'un tratto, che gli faceva ancora male la spalla. Tentò di prendere il cellulare con l'arto fasciato, ma il braccio non rispose a dovere: il telefono cadde nel fango. Nel cuore di Dorian non c'era spazio neppure per le imprecazioni o per le bestemmie. Non c'era speranza, non c'erano colori. Vi era il grigio della strada, davanti a lui...che correva lontano, fino a riconguingersi con un gomitolo sparso di altre strade, fino alla strada dove viveva, vicino alla metropolitana. Fino suo stabile, fino all'ascensore, fino alla porta dell'appartamento vuoto, fino al sonno tormentato che si sarebbe concesso sul leto ancora disfatto. Non voleva guardare più avanti, nel futuro. Quello che conosceva era grigio e bagnato come il suo spirito, era certamente privo di speranza. "Non guardar oltre, sognare...". Parole di una poesia del liceo che tornavano in testa. Si mise in cammino, mentre il sole lentamente forava le nubi che lo stavano occultando.
Camminò molto, Dorian. Camminò delle ore. Vagò per la città che, prima, vide sonnecchiante e deserta, poi con le prime serrande vide aprirsi e stiracchiarsi alle luci del sole del mattino e infine vide in pieno tumulto, nel traffico delle ore di punta. Guardandolo passare, con lo sguardo allampanato, il braccio sinistro bloccato fin dalla spalla e adeso al corpo, i capelli sporchi di fango e i vesiti in parte lacerati, non avreste mai detto che quel giovane disperato era uno dei più promettenti studenti della più prestigiosa università di economia di Milano. Meno che mai avreste detto che uno così si definiva un dandy, o un bohemien, solo la sera prima. Ma tutti sappiamo come è amaro il destino delle apparenze: confermano troppo spesso ciò che si vuol credere, e mai ciò che sarebbe bene credere davvero.
Dorian aprì la porta del suo appartamento che era passato mezzogiorno. Pensò che non mangiava da dpiù di venti ore; pensò al cellulare intriso di fango; pensò che voleva fumare; pensò alla sua macchina mezza distrutta; pensò alla sua cameriera, sparita dopo che la polizia lo aveva accompagnato in ospedale per le analisi, e l'aveva lasciato lì ad aspettare il verdetto dei medici; pensò anche ai suoi genitori lontani, in Sicilia. Poi in un istante capì quanto ogni suo pensiero e tutte le parole erano così poco determinanti, così poco Vere. Niente e nessuno poteva spiegare cosa Doriano provava nel suo cuore per ciò che aveva fatto. Eppure sapeva che, agli occhi del mondo, il suo rammarico non sarebbe bastato. Sospirò "sangue chiama sangue" appena prima di cadere sul letto, rapito da un sonno nero di incubi.
Come posso descrivere ciò che sento, mentre esco dal carcere dopo il mio primo incontro con Edoardo? Un vortice di sensazioni e di pensieri avvolge i miei passi diretti e sicuri verso la porta a vetri d'ingresso. Osservo la porta, la faccia stupita e affascinata della guardia che mi ha fatto passare, che non manca di guardarmi il culo mentre passo. Faccio un passo avanti, apro la porta. Il vortice colorato e informe di emozioni si blocca in un istante quasi si stesse per rompere: tutto converge in un pensiero inaspettato: "Che gioia deve provare un carcerato a oltrepassare, per la prima volta dopo anni, questa stessa porta a vetri grigia e opaca da uomo libero?" Provo a immaginare quella gioia, quella liberazione, ma non ci riesco: per noi è così scontata la bellezza del mondo che spesso non vogliamo vedere che la tristezza, le lacrime, la violenza, il male. Cerco allora per immedesimarmi di pensare di ritrovare tutto ciò che amo nel mondo dopo averlo perso per tanto tempo. Il colore delle foglie d'autunno, gli occhi di Annelise profondi e azzurri, le stelle del cielo del Nord, i fiordi ghiacciati, il profumo dell'asfalto bagnato dalla pioggia. Si, la pioggia. Me ne sono accorgo tardi, solo dopo che ne sono completamente avvolta: piove fuori dal carcere, piove sui tetti, piove sugli alberi, piove sui colli intorno a Madrid, sul carcere, sulle nostre vite. Piove su di me, e dopo l'incontro con Edoardo quella pioggia la sento sfiorarmi come una liberazione.
Quando, molto tempo dopo, raccontai a Edoardo questo momento, descrisse quei miei sentimenti con una parola: Catarsi. Disse che era la stessa cosa che provò lui quando vide nel nostro primo incontro i miei occhi riempirsi di lacrime: una strana forma di sottile dolore che deriva dal dolore degli altri, e si fonde nel tuo cuore in dolcezza, una purificazione che ti pervade, che dipende da due occhi che ti sanno guardare. Ma molto prima che Edoardo mi spiegasse tutto questo, mi trovavo su un autobus diretto a Madrid, a ripensare alla prima volta che l'avevo visto. Ritorno ai suoi occhi e ai miei:
Ascolto la sua voce, violentata nel cuore dalla somiglianza con il ricordo della voce di mio padre. Cerco di riallacciarmi i bottoni della camicia, troppo imbarazzata e colpita da quell’uomo per metterla direttamente sul piano della carne. Era quasi surreale: il piccolo specchio e il piccolissimo quadro, immersi nel bianco grigiastro delle pareti sembrano macchie eterogenee su una camicia logora; noi due, in piedi nel mezzo della stanza, che ci studiamo come prima di combattere, o di fare l'amore. Penso alla buona recitazione appena proposta alle guardie, e mi accorgo che tutto è cambiato: adesso non mi escono le parole. In un momento tremo: come se per la prima volta stessi interiormente rifiutando la maschera che mi copriva, che rende tali tutte le prostitute.
Forse è proprio grazie a questa che sono sempre riuscita a fare bene quel lavoro: è il mio corpo in vendita, ma non sono io...non la mia anima, non i miei gesti, ma solo uno spettacolo, con l'overture - dagli aperitivi costosi al semplice strip-tease - atto primo secondo terzo con un gran final da me non condiviso, e una leggera musica d'uscita senza pretesa di ricordi o di futuro. Ma certo non sono io...davanti a tutti gli altri.
Tengo stretta la mia maschera, tengo stretta la mia forza che piace a chi mi paga, che mi fa trovare da vivere per me, mia sorella e Annelise, che mi difende dagli altri e da me stessa e mi rende richiesta, che mi trasforma in ciò che non sono e quindi mi permette di sacrificare il mio corpo senza troppo rimpianto. La tengo stretta e cerco di uscire dalla situazione di imbarazzo e di enpasse che si sta creando: Edoardo che mi guarda silenzioso e incuriosito, io colpita e quasi condotta alle lacrime che mi riallaccio i bottoni quando dovrei slacciarli tutti.
Mi ripeto in testa la mia parte, sfoggio un sorriso, e inizio: "Bene, Edoardo…sono venuta fino a qui per farti una sorpresa. Forse sei stupito, ma il signor ***, mio caro amico, mi ha raccontato la tua situazione, mi ha raccontato quanto sei solo tra queste mura grigie, e che non ti trattano con il dovuto rispetto per la tua posizione. Mi ha parlato molto di te, mi ha detto che sei una persona molto interessante, e che avrei certamente apprezzato la tua compagnia. Così ho pensato: "perché non tentare?"…oggi è la giornata giusta per provare qualcosa di eccezionale"
Edoardo mi sorride, quasi scherzando, e mi risponde "Certo…il signor *** è un mio caro amico, e ha grande considerazione di me. Eppure vedi, ho la netta impressione che questa nostra surreale discussione, Marie, non sia dovuta al tuo buon cuore di donna, che ti porta a cerare di conoscere un carcerato per mero interesse relazionale…Se sei qui, come le altre ragazze che mi hanno mandato, per concederti a me, devo dire che ho apprezzato il tuo modo di farlo. Sappi, comunque, che non ho nessuna intenzione di accettare, per adesso, nessuna avance da parte tua. Se sei pagata, verrai pagata lo stesso. Mi hai trovato in un momento particolare; è proprio vero quello che dici: ho sinceramente bisogno di qualcuno con cui parlare. Il sesso, adesso, non mi interessa. Sei bellissima, e troverai certo di meglio di me per allietare i tuoi pomeriggi nella calda primavera spagnola. Molto meglio di un carcerato malvestito e di vent’anni più vecchio di te, con degli amici malviventi che cercano di sollazzarlo per fargli scordare il tormento del carcere e della solitudine."
Lo guardo ferita, e mi siedo. Sono stanca di fingere, e preferisco stare alle sue condizioni che tentare di convincerlo a farlo con me, quando nessuno dei due lo vuole davvero. Sarebbe un fallimento. Mi attrae il suo modo di fare e di parlare, così lo sfido: "Come tu faccia a sapere il mio nome non mi interessa. Non mi interessa neanche il giudizio che hai sulla gente che mi ha mandato qui. Ma che tu mi dia della puttana solo perché oggi ho avuto la stupida idea di venire a parlarti, ecco, questo mi da fastidio. Che poi io abbia preso in considerazione l’idea di farlo con te, questo posso concedertelo…non sono certo una timida. Ma spero tu colga la differenza... In ogni caso, ho capito come funziona con te: se vuoi parlare, parleremo". Edoardo mi fissa con un bel sorriso intenso negli occhi; non tenta neppure di giustificarsi. Mi dice solo "Sta bene, Marie…chiunque tu sia, e se tu sia pagata o no per essere qui, sono contento di averti con me, ora. Abbiamo due ore di tempo, non ho intenzione di perdere quest'occasione di conoscerti". Si siede anche lui, e iniziamo a parlare.
Quattro pareti si chiudono intorno al mio letto e a una scrivania che non ho mai usato. La televisione accesa butta luci colorate sulla parete grigia. Anche le luci sono grige, come tutte le parole. Sento una voce di donna al telegiornale parlare di una strage in famiglia, in un posto che conosco. Forse conosco quelli che l'hanno fatta. Era un lavoro che andava fatto, prima o poi. Forse, un tempo, ci dividevamo i soldi degli ingaggi. Ma oggi loro sono liberi, con armi soldi donne parole da parlare. E io, forse per colpa loro, sono perduto in questo grigio che annulla i colori.
Ricordo che contavo i battiti del cuore prima di sparare. Contavo fino a dieci, come mi diceva mamma, prima di fare qualcosa di sbagliato. E con un sorriso al dieci sparavo, o spezzavo il collo. (Mi spiace mamma, ma non ha funzionato. Da quando ti hanno trucidato con gli altri, conto fino a dieci per rievocare il tuo urlo nella mia testa, e provare piacere nel vendicarmi con il mondo per questo. E per tanto, tanto altro.) Ma questi idioti che mandano in giro a fare lavori non sono più capaci. Il giorno dopo lo sa la polizia, così vanno in panico e si fanno prendere, prima o poi. Si godano, allora, questo momento di libertà, se verranno presi e sbbatuti in queste gabbie di scarti. Io non sarei qui, se non mi avessero tradito. Io sono sempre stato il migliore, in quello che facevo. Se conti fino a dieci, mentre lui ti punta gli occhi negli occhi, sei sicuro che non urlerà: gli dai tempo di perdersi, di rassgnarsi, così da coglierlo alla sprovvista. Ero il migliore, eppure sono qui, come sarano loro. Da sei anni.
Sei anni. Sei maledettissimi anni senza sentire una parola per davvero. Sei anni di trenta e più anni di odio. Sei anni senza vendetta e senza perdono, peggio degli altri. Ma forse, di tutti questi anni, le uniche parole belle che ho sentito le ha dette quella donna, che il comandante della polizia carceraria chiamava Dottoressa. Mi ha detto "Siediti, Carmine...ho chiesto un permesso speciale per parlarti un poco" . E poi, dopo tante parole "Tu hai fatto dei grossi errori. Ma non sei qui per una vendetta di qualcuno, e loro non sono qui per farti del male: il fine del carcere è rieducare". Mi ha detto tante cose, io non ho parlato. La guardavo, colpito e attento. Era una bella donna, del nord, parlava come il Ghisa, quello della coca a Milano, ma con una voce più dolce. Non capivo tutto quello che diceva: parlava si cuola, di lettura, di artisti. Ma mi piacea il modo in cui ne parlava...ci credeva. Per una volta non ho considerato le possibilità di fuga. Non volevo farle male. Alla fine di tutto, mi ha detto una cosa: "l'uomo è ciò che egli fa di quanto lo si è reso". Lo ha detto qualche stronza checca francese, ma è giusto, io penso. Penso che accetterò di leggere le altre cose che mi manderà, e cercherò di capire...di capire perchè, di tutti i figli di zoccola in questo posto, Dottoressa ha scelto me per dirmi questa cosa, per dirmi che vuole cambiare la mia situazione. Situazione che portrebbe cambiare solo se mi facessero uscire di qui, tornare ai miei sogni, al mio onore e alla mia vendetta di un tempo. Ma aspetto, chiedendo alla Vergine di aprire i miei occhi, aspetto di capire, come sempre senza speranza ma con qualcosa di nuovo nel cuore, che non posso spiegare.
"Pronto? Dorian...ehi Dorian! Come va la vitaccia?"
"Merda. Quando vieni?"
"Sta sera dopo l'aperitivo. passo con una boccia?"
"Ho la moskovskaya nel frizer..."
"Bene fratello, vedrai che con quella ti passa. A più tardi."
Doriano chiuse il telefono di casa. Erano oramai le quatro di pomeriggio. Sentiva fame, e nausea. Sentiva lo stomaco in subbuglio, un grande vuoto nella pancia. Si chiese se era la fame, o il resto. "O la mente, che ci rievoca insieme il dolore e il male e tutto ciò che ci ferisce per farci smettere di vivere". Imprecò con rabbia. "Maledetta Milano, maledetta Bocconi, maletto il giorno in cui me ne sono andato da giù, da quando sono venuto in questa città a pensare di cambiare! Ecco cosa ci ho guadagnato: mani sporche di fango, una vita innocente che mi pesa addosso...e il nulla, il niente. Vorrei solo dimenticare, impazzire, vorrei che tutto fosse finito in un bicchiere vuoto: vita amore rabbia orgoglio moda piacere dolore morte, tutto finito in un bicchiere vuoto".
Si riaddormentò e si svegliò col campanello. Aprì a Joe, con calma. Se lo immaginò, a battere il piede destro con impazienza dietro la porta, con gli occhi azzurri che ti penetrano dentro, gli anni sulla strada alle spalle e una bella vita bohemien all'attivo. Gli aprì senza un parola. Joe gli gettò un pacchetto di sigarette e si sedette sula sua solita sedia mezza rotta. "Allora fratellino, come stiamo?". Doriano non pensò neppure un istante a cosa rispondere: non rispose. Prese la vdka in freezer, e due bicchieri da shot. Ne impugnò uno, come potesse essere la sua arma di difesa: li versò, andò verso Joe, si guardarono e appena fecero entrare in contatto i bicchieri per il brindisi, il contenuto era già sparito nei loro stomaci. "Dai Dorian...che hai combinato?" Joe prese la scena. Iniziò con il suo metodo più sicuro. Lo sfidò. "Dai checca, se non hai le palle di dirmelo, te lo strappo a suon di bicchieri, così poi ti derido come e quanto voglio". versò due bicchieri, e Dorian lo bevve per primo. La sfida continuò, in silenzio. Joe versava e beveva. Dorian beveva, e tratteneva le lacrime.
Circa dieci minuti dopo le lacrime inziarono a scorrere, e la bottiglia era finita. Joe lo guardò