Come tutto, anche questo progetto ha un inizio e una fine.
Nonostante alcuni vari miei sforzi in passato di trovare una forma di "pubblicazione" delle mie opere, l'intenzione di usare come strumento il blog non mi era mai passata per la testa, sia perchè tutte le forme della rete mi sono sempre sembrate un po vuote e poco accattivanti, sia per un pregiudizio causato dall'ignoranza che molto spesso ho visto trasparire da queste forme.
Eppure, quando ho pensato a questo scritto, la forma più adeguata che ho trovato è stata proprio questa. Ringirazio Fede (Laeviar) che, con il suo blog (di cui al link) mi ha aperto su una possibilità, seppur diversa e più soggettiva di quella che ho scelto, di usare in maniera bella e utile il blog.
Quanto alla trama e all'intreccio, l'ispirazione è arrivata trai miei studi giuridici, in particolare dal diritto penale, e da qui l'intenzione: cercare di capire l'intensità del problema del male e del crimine attraverso l'unica forma d'arte che ho mai frequentato, la scrittura. Ma come fare? Qui sono entrati in gioco le mie passioni e i miei interessi artistici: amo i romanzi e i film a intreccio (Mrs Dalloway e The Hours), amo le storie di persone che si scontrano e si incontrano (Pulp Fiction e Crash contatto fisico), amo le trame complesse e i colpi di scena (Memento, Traffic). Sopra tutto amo la poesia che contiene le idee, e la letteratura classica che cambia la vita; così ho pensato a Dostoevskji e a come creò i suoi capolavori...pezzo per pezzo, puntata per puntata, giorno per giorno agli occhi della critica di amici e sconosciuti.
Da tutte queste idee insieme è nato il progetto di questo spazio nella rete: la storia di tre vite diverse che ha principio nel carcere, narrata da voci diverse e da punti di vista opposti, come rappresentazione e ricerca della realtà dimenticata della reclusione, ma soprattutto come racconto del problema del male e della salvezza agli occhi di un mondo che troppo spesso non ricorda il passato e non crede nel futuro. Un romanzo scritto nei giorni, modellato dall'esperienza e dai vostri commenti e pareri, aiutato dallo studio e dalla lettura, e magari dal coraggio di voler cambiare qualcosa.
Ovviamente questo mio non ha intenzione di essere un saggio o un report sulla vita del carcere, e nulla o quasi della storia è tratto da esperienze e voci di persone reali. Ciò non toglie che ho cercato nelle poche fonti che ho trovato di trarre tutte le informazioni neutre utili all'argomento e alle descrizioni. Proprio a questo fine, come post scriptum, lancio a un appello a tutti i viandanti della rete: chiunque conosca o trovi materiale che riguarda il carcere, le condizioni di vita dei detenuti, testi criminologici o socio-psicologici a riguardo sulla rete e facilmente reperibili, mi può aiutare fattivamente, anche solo con un piccolo link.
Sono Maria, ho ventitre anni, vengo dalla Svezia. Sono a Madrid da due anni, e faccio l'accompagnatrice. Ronnie, il mio capo, dice che non vuol dire che sono una puttana da strada. Vuol dire solo che a Madrid i signori ricchi possono portarmi in giro nella loro costosa automobile, mostrarmi o non mostrarmi, e divertirsi con me per non meno di cinquecento euro a notte. Dicono che sono bella, e che sono tutta loro. Io nel mio vestito elegante e nella mia acconciatura alla moda, non rispondo: non rido e non piango, ma aspetto il di tornare, il fine settimana, per stare con mia sorella e la sua piccola bambina, che è malata di leucemia. I miei soldi servono alla nostra famiglia di tre donne e nessun uomo, per vivere insieme, curare Annelise, e darci un futuro. Un tempo non era così: nel mio liceo di Stoccolma ero la più invidiata della classe per i miei lucenti ricci rossi e il mio corpo prosperoso da mediterranea; mentre i ragazzi mi guardavano passare e mi ammiravano, i professori mi lodavano per la mia passione per le scienze. I sogni accumulati in infiniti cassetti di una stanza senza memorie si sono rotti un giorno di Ottobre. Mia madre è morta, mia sorella Luise ha partorito a sedici anni, ci siamo trovate piene di debiti e senza soldi, con una bocca da sfamare. Nè l'orgoglio nè l'amore vincono la fame...per più di un mese. Così abbandonai i miei cassetti di sogni rovesciati: L'Università appena cominciata, il mio principe azzurro che mi adorava, le immagini di tanti figli e di baita sui fiordi proprio dove l'avevamo fatto la prima volta. Con internet trovammo voli a basso prezzo: così la Spagna trovò noi, e con lei ci trovò Ronnie.
Chi mi legge si chiederà cosa possa avere da raccontare una come me. Non pensiate che cerchi il vostro perdono o la vostra compassione: infine ho capito che da sempre sono stata libera, ma ho sbagliato. Fare la puttana di lusso non vuol dire perdere i sogni, solo dimenticarli. Beh, comunque io ce l'ho una cosa da raccontare, se mi volete ascoltare. Più che una cosa, è una persona e si chiama Edoardo.
Edoardo Nvajas De Ventura ha quarantadue anni, i capelli corti brizzolati , la pelle liscia e abbronzata, due splendidi occhi magnetici e verdi, un fisico curato da anni di sport. Ha molte proprietà e molti amici, una figlia che studia in Australia, una ex-moglie risposta e adesso fa il carcerato. Si, Edoardo è in galera. Bancarotta Fraudolenta aggravata da danno patrimoniale di rilevante gravità, 8 anni di reclusione - per fortuna che sto studiando la vostra lingua su un libro della figlia di lui, altrimenti credo non sarei mai riuscita a scriverlo correttamente -. Ma andiamo con ordine:
Un pomeriggio di Marzo mi ha chiamato il mio capo, Ronnie, e mi ha detto che aveva un lavoro grosso per me. Sono andata da lui sotto una pioggia di vergogna come tutte le volte, per le strade di periferia calde d'asfalto. Come tutte le volte il bisogno di soldi era più forte del desiderio di andre via e abbandonare questa vita. Ripenso a quello in cui mi sono messa quando sono stata attratta da questo lavoro: all'inizio sono soldi facili e moda gratis. Poi inizia il vortice dell'abbandono; ricchi, party, sesso, droghe. Poi, sesso a pagamento per mantenere la bambina e la dipendenza, poi infine il vero lavoro che, ho scoperto, mi sarebbe aspettato con Ronnie. Ronnie è un ragazzo sui trentacinque, dalle spalle larghe e dalle mani pesanti... tiene il suo piccolo business da casa sua, tramite annunci su internet e cose del genere. Salgo da lui: l'appartamento è grigio e spoglio, puzza di sesso e hashish. Mi apre: è nudo, con una birra in mano e i lunghi capelli neri sulla faccia. Mi squadra e mi sorride - sa che sarei tornata. Mi avvicino e lo bacio su una guancia: gli sento il profumo di mia sorella addosso. Spero sia una coincidenza, ma so che aveva bisogno di soldi, in un istante capisco che è di la in camera da letto, sento la sua voce assonnata chiamare "amore". Mi chedo solo dove abbia lasciato la piccola Annelise. Ronnie si siede con aria sorniona sul divano davanti alla televisione che manda un programma di cucina. Mi offre della coca, la prendo, mi dice che scalerà come al solito da conto, non lo guardo in faccia per non far trasparire il rigetto e il bisogno. Mi accendo una sigaretta mentre mi dice che uno dei suoi clienti storici vuole fare una sorpresa a un amico. Nulla di nuovo - penso- sono abituata a queste cose. Party in ville di lusso vestita da coniglietta o da infermiera. Poco importa. Sta volta, dice Ronnie, è diverso: sta volta la festa è in galera. In un istante mi travolge un ricordo: mia madre che mi viene a prendere fuori da scuola con mia sorella per mano e mi dice "hanno ucciso papà in galera". Non mi ricordo lacrime, solo terrore. Il suo compagno di cella l'aveva picchiato a morte con una sedia in una notte di neve. Ricordo ancora come le mie lacrime calde di rabbia e paura scavassero la neve al camposanto. Sconvolta punto gli occhi in faccia a Ronnie e dico che non accetterò questo lavoro. Ronnie mi guarda e mi squadra con gli occhi cattivi: so che sta per dirlo ancora. "Bene, allora vattene e lascia morire di fame quella zoccola di tua sorella e il suo marmocchio deforme". In cuor mio, bestemmio. Non piango: non ci sono lacrime per quelle come noi. Gli sorrido e gli dico "hai ragione Ronnie, scusa". Torniamo a parlare, e mi spiega: mi dice che il suo amico è disposto a pagarci duemila euro per la sorpresa, poi tutte le altre volte che verremo ci accorderemo direttamente coll'ingabbiato, se ne avrà piacere. Mi dice che il cliente, questa volta, è una brava persona: pare sia un importante imprenditore, un amministratore o qualcosa del genere. "Quasi un piacere, portarselo a letto". Letto duro del carcere, ma pur sempre letto. Dovete sapere, se non siete di qui, che in Spagna è stata fatta una legge che permette gli incontri e le relazioni personali in galera. Questo serve a evitare che i delinquenti rinchiusi da molti anni riaschino traumi sessuali, o sfoghino la loro repressione sugli altri galeotti. Ma chiaramente non sono concessi rappoti con donne di strada o sconosciute: il rischio di contatti con la malavita è troppo alto per lasciare entrare prostitute e accompagnatrici in contatto con malviventi di qualunque sorta. Qui entra in gioco la mia bravura: dovrò fingermi sua moglie, sua nipote, sua cugina, eludere i controlli delle guardie, magari con uno sguardo ammiccante o una scollatura accentuata, e riuscire ad entrare in quella camera con lui. Il nostro carcerato si aspetta di incontrare l'amico: sarà una bella sorpresa. Penso che vorrò godermi quel momento di recitazione, so che una volta iniziato, in quella sala il mio ruolo torna lo stesso di sempre. Sesso e soldi.
Bene....ci pensai molto a lungo, rispetto al solito: aspettai la seconda striscia della bamba di Ronnie, per essere definitivamente assoldata, e ascoltare tutte le condizioni. è stato così che il giorno dopo ho incontrato Edoardo.
Su questo foglio, con questa penna, confuso. Confusamente scrivo e disegno le cose che non capisco. Scrivo e non voglio...scrivere per nessuno è come pensare e non poter parlare.
Prepararsi, è l'ora d'aria. Prepararsi, perchè lì si è più soli di quando qui di notte senti il cuore che piange e sei solo. Più solo di quando sei libero, ma non sei capace. Davanti alle cento persone che girano in cerchio, che ridono e sanno parlare, in mezzo al caos di quei minuti; libero ma col fucile puntato, lì si che sei solo. In mezzo a tutta quella marmaglia. Sono più grande, più forte, più veloce e più spietato. Ma so che mi invidiano e mi odiano per come sono, per quello che ho fatto, per come mi esprimo, per il mondo da dove vengo. Mi odiano, e aspettano l'occasione per smettere di farmi marcire in galera per darmi a marcire ai vermi. Se non fosse per quei polizziotti col mitra, che temono noi "sorvegliati di massima sicurezza" come fossimo diavoli, e girano armati fino ai denti, mi prenderei l'onore di controllare nella testa dei miei compagni di giochi se davvero c'è qualcosa. Una cosa da fare a mani nude, che da molta soddisfazione. I risultati possono essere sconcertanti.
Ma qui ho ancora una vita da passare. Gli avvocati mi hanno abbandonato a me stesso, e la mia famiglia non viene neppure più a trovarmi. Sono passati sei anni dal giorno dell'arresto, e solo due da quando mi sono ribellato al carceriere e gli ho spaccato il muso. Le cose non fanno che peggiorare, non c'è una via d'uscita. ma non è una cosa che ho scelto. Rifiutare la buona condotta e la semilibertà tra quindici anni è stata un'esigenza, come evitare che quello scimmione del secondino cercasse di rompermi il culo. La prima cosa che ti insegnano dalle mie parti è che Lui è il capo, la seconda è avere sempre rispetto per la Vergine Maria, la terza è che tutti stanno cercando di fotterti, e ogni cosa che accetti o che fai ha una ripercussione su quello che sei, su come sarai, e su come la gente ti vede. Prendersi la vergogna una volta vuol dire morire dentro per sempre, e farsi fottere ogni notte. Non sono mai stato il tipo da scendere a compromessi: se mi vai bene, bene. Se non mi vai bene non ha senso che tu stia in giro, quindi non ci devi essere più.
Se la mia lingua si sciogliesse, l'avrei urlato in faccia a quel polizziotto rottoinculo prima di sfondargli la faccia: non mi usciranno dalla testa le tue grida quando morirai. Nella mia testa e nei miei incubi restano sempre le facce e i rumori: da me non esce niente. Tutto resta, tutto torna, nessun'altra espressione. Non riesco a liberarmi dei suoni dei rumori delle parole che mi hanno attraversato: mi martellano in testa secondo per secondo, voci di facce che ho dimenticato, rumori di pistole di notte nel fumo, scrosci di pioggia sul mare, passi sul pavimento della bettola che vengono a prenderti. E ancora solo grida di angoscia, mai urla d'amore.
A ogni uomo che uccidi, ti si irruvidiscono le mani e ti si raggela il cuore, e alla fine lo fai per mangiare, per noia, per covenienza...non c'è neanche odio. I Sei anni in carcere sono più o meno questo: il freddo dell'anima che si prepara a sparire. So che un giorno mi prenderà stessa morte che regalo agli altri, sarò suo e tutto questo finirà. Ma fino ad allora, ci devono ancora riuscire a fermarmi davvero.
La notte allungava le sue fitte ombre sulla periferia dimenticata. Le strade come un groviglio di cerchi e di onde scomposti d'un filo spezzato correvano a perdita d'occhio tra case addormentate e lampioni oscurati di zanzare. La pioggia cadeva incessante dal cielo di Giugno, e il caldo afoso saliva dall'asfalto, intorpidendo i sensi, annullando il fresco piacere dell'acqua. Lontana brillava un'insegna rossa di un pub irlandese. La porta socchiusa apriva a una sala sui toni del rosso e del verde, di tavoli di legno e scritte in gaelico. Una ballata rock coronava l'ambientazione, definendo il gusto piacevole e banale del locale.
Seduti in torno a un tavolo vicino a una parete stavano cinque ragazzi. I due dei maschi scherzavano ammiccanti, e le due ragazze sorridevano, compiaciute delle loro conquiste. Il terzo ragazzo stava un poco in disparte, bevendo con poca attenzione l'ennesimo Coca e Jack. Sembrava, dallo sguardo perso e sognante, che fosse sospeso. Davvero forse stava aspettando qualcosa, tra quei bicchieri, quelle ragazze, quel bar di provincia, quella vita di gioventù che non ritorna. Forse voleva qualcosa che non si rifugiasse nelle banalità dei giorni, delle ore, dei suoi anni. Si chiamava Doriano Clerici, ma si faceva chiamare Dorian. Aveva vent'anni, allora, e studiava economia a Milano. Con i suoi capelli biondi lunghi, gli occhi azzurri glaciali e il suo stile bohemien e ribelle era certamente il centro degli sguardi e delle attenzioni di amici e ragazze ovunque si trovava. Si faceva chiamare Dorian, come l'eroe del suo romanzo preferito. Bello, giovane, col mondo ai suoi piedi, e il desiderio di vivere e di conoscere tutto quello che la sua esperienza gli mettesse davanti. Con la sua presenza piacevole, con i modi ricercati e fascinosi, con la loquacità gioviale e radiosa che possedeva, costruendosi come un'opera d'arte, non vi era mai stato ostacolo difficile, mai donna inarrivabile, mai serata spenta, se non lo voleva.
Ma in quel momento era completamente rivolto nell'introspezione. Trasportato e accompagnato da un bicchiere, stava gustando quel momento di inebriante malinconia. Era in un posto dimenticato, lontano dalle preoccupazioni, con amici sinceri che lo amavano, con ragazze che avrebbe conquistato con una o ben poche parole...con soldi in tasca abbastanza e una macchina pronta a portarlo dove voleva; eppure sentiva dentro di se qualcosa che profondamente e insanabilmente gli mancava. Qualcosa per cui valesse la pena ascoltare il rumore della pioggia, sentirci dentro il suo tempo passare e accettare nonostante tutto di aspettare. "Anche per sempre" Sospirò tra se e se, sognante. I suoi amici non lo sentirono, ben occupati in altre facende. Non capivano come mai, quella sera, con quelle due ragazze abbordate per caso, stesse così, in silenzio. Per loro, di certo, si trattava di una fortuna insperata. Cercavano in ogni modo, un po facendo la smorfia delle frasi si Dorian, un po mettendoci del proprio, di risultare fatalmente attraenti. Le due belle, che non avevano bisogno di troppe conferme, di tanto in tanto guardavano l'ospite muto di sfuggita, ma lui non rispondeva agli sguardi e alle moine. Guardava oltre e sentiva nel cuore come una nostalgia di qualche posto che non aveva ancora trovato.
In un momento, si guardò in faccia sul vetro che rifletteva la pioggia. Si disse che quello che cercava non era poi lontano, o non l'avrebbe di certo trovato. Rinunciò alle speculazioni e decise: prese il cocktail con la destra, lo bevve d'un fiato e con un sorriso beffardo verso gli amici prese la parola: "Ragazze...voi conoscete, vero, la storia del mio omonimo Dorian Gray? Forse l'avete studiata a scuola...ma l'avete mai letta veramente? Beh, se mai vi capitasse di riaprire quel libro prezioso, io vi dico, qui ed ora, che in quella storia trovereste raccolto tutto ciò che di importante c'è da vivere e da capire, per la nostra generazione. Non badate solo ai tratti poetici, alle descrizioni, alle frasi d'effetto. Andiamo alla sostanza! Bisogna comprendere che l'importante è vivere, intensamente, con passione, con violenza tutta la vita. Non possiamo permetterci, bellissime amiche, di perdere neppure un istante, o un'occasione." Fermò con gesto ricercato una cameriera con un completo da lavoo succinto e dei bei ricci neri luminosi: "Mi potresti portare cinque sambuche lisce, cara? Ah...a proposito...stavo dicendo alle due bellissime ragazze che sono qui al tavolo con me che la parte che vale della vita è quella in cui facciamo delle esperienze sensazionali e indimenticabili...che ne pensi? Porta una sambuca anche per te, e la beviamo insieme! Dedicami solo un minuto, ma voglio offrirti un momento che spero non scorderai!". La cameriera, interdetta e affascinata, obbedì agli ordini del ragazzo. Un minuto dopo, davanti al liquore profumato e ai cinque spettatori, Dorian riprese, prendendo un'accendino dalla tasca "Il mistero delle cose si può percepire quando ci mettiamo in contatto con la loro forza. Prendete questo liquore fluido e trasparente" disse e dette fuoco al contenuto del bicchiere "avreste mai detto che l'energia di questa sostanza era fuoco, che accende lo spirito?". Spense con la mano la fiamma, ispirò a pieni polmoni il fumi alcolici, e bevve il caldo contenuto. Poi, con uno spontaneo "provate e vedrete" si asciugò le lacrime dagli occhi arrossati, e sorrise alle presenti. I suoi occhi azzurri brillavano di un misto di gioia e sottile vanagloria. I suoi amici si convinsero subito; le ragazze poco dopo.
Poco altro c'è da raccontare: Dorian conquistò con quel gesto la cameriera, lasciando i suoi amici alle attenzioni delle altre due ragazze. Le promise, dopo il turno, di portarla a vedere l'alba sul lago, dove le luci della città dormiente predicono la posizione delle stelle. Non le staccò gli occhi di dosso tutta la sera, dimostrandole tutto l'interesse necessario, e non di più. Usciti dal locale le strappò e le concesse un rapido bacio galeotto...poi prese la sua macchina, la fece accomodare come un gentlemen dell'ottocento, mise in moto spegnendo la sigaretta americana, e partirono. Fecero l'amore sopra una spiaggia di sassi sul lago di Como, e poi ripresero la strada per tornare a casa.
Proprio nel momento in cui Dorian, sicuro e felice della conquista, stava voltando sull'ultima strada che li portava a casa di lei, qualcosa tra le lunghe ombre dell'alba sbucò da dietro un albero e attraversò la strada: in un attimo fù spezzato dalla macchina, e gettato lontano. Doriano inchiodò con un'imprecazione, scese dalla macchina con la ragazza che ancora urlava, si gettò sul corpo del marocchino vestito di stracci. Ancora respirava, ma a fatica. L'ambulanza arrivò di corsa...ma forse troppo tardi per salvarlo.