criminalstoryonline

Tre mondi diversi. Tre vite diverse. Tre crimini diversi. Le loro vite si uniranno, si sfioreranno si spegneranno: tre luci narrative dall'oscurità del carcere.
domenica, 03 giugno 2007

Maria e Edoardo, incontro

Mi sveglio, apro gli occhi nel buio. Mando via i fantasmi dei miei sogni che è ancora tutto nero davanti a me. Affido in una preghiera Annelise: dorme, poverina, nella culla davanti al mio letto, sento il suo respiro faticare per la tosse. So che per la sua vita desidero qualcosa di diverso da quello che mi sono presa per me. Prego inconsciamente qualcosa, qualsiasi cosa, Qualcosa che possa salvarla. Mi muovo dal letto verso il bagno: preparo gli attrezzi del mestiere. Mi lavo accuratamente con i sali profumati. Agli uomini di finanza, quasi sempre, paicciono i profumi esotici - tra le vostre braccia si sentiranno fuggire lontano dalle loro preoccupazioni.  Curo i capelli, quelli fanno sempre un ottimo effetto sulle persone fantasiose: trai miei ricci brillanti li vedo perdersi nei loro sogni. So che tutto è determinante, e tutto è infondo inutile. Se anche perderò questo lavoro, ci sarà sempre, finchè sono giovane, qualcuno disposto a pagarmi per quello che faccio. Preparo una piccola borsa con qualche oggetto, caso mai il nostro misterioso malvivente sia esigente, e mi vesto con il mio tailleur da brava ragazza: un taglio semplice, nero, una camicetta bianca con un piccolo ricamo di pizzo sulle maniche e sul collo.

Do un bacio ad Annelise, che ancora dorme, sveglio sua madre che, maledetta stupida, è riversa sul divano. Quando mi avvicino noto la coca su uno specchio di fianco al divano, e una bottiglia vuota sul pavimento. Quando la scuoto e la sua voce drogata mi insulta, la picchierei. La rabbia si mischia per un istante a frustrazione, le tiro una sberla e con i miei occhi puntati nei suoi, e pieni di lacrime "Annelise non se lo merita, non se lo merita! Non si merita me e te...lei non ha fatto niente, niente!". E lei, intorpidita:"Smettila...smettila Marie. Io non lo voglio sapere. Io non ci voglio più essere. Vorrei essere lontano...". Con un brivido che passa lungo la schiena e travolge la mia maschera spagnola mi commuovo. Smetto subito, torno in me e me ne vado. Si arrangi, lei e le sue stronzate.

Attraverso le strade del centro. Madrid è bella alla fine della primavera. Il profumo dei fiori riempie le vie, l'aria frizzante del mattino risveglia lo spirito, e le fontane spruzzano e colorano le piazze.  Tutto è altro da me. Salgo sull'autobus che porta a Soto del Real, il carcere.

Eccomi, sono pronta. Apro due bottoni della camicia. Inizia lo spettacolo. Entro nel grande edificio grigio dalla parte dei visitatori. Trovo una guardia, che fissando intensamente la mia scollatura, mi chiede gentilmente "Cosa posso fare per lei, signorina?". Con grande sforzo cerco di imitare un accento inglese, nel mio spagnolo oramai abbastanza solido, e dico solo "Sono la nipote di Edoardo Nivajas De Ventura. Dovrei parlargli in private. Sono venuta da America per questo, vi prego di aiutarmi.  Questioni successorie. Qui ci sono miei documenti..." Poi accentuo un sorriso e mi sporgo verso di lui, ormai ammaliato, che dimentica i documenti, e gli chiedo: "mi hanno detto che avete delle camere, qui in Spain, in cui si può parlare lontani da occhi indiscreti, vero?". Mi guarda con un ghigno assatanato, e annuisce. Dice che mi farà accomodare nella "sala di relazioni" più bella che hanno. "Meglio così" concludo. La sala in cui mi porta, dopo aver mandato a chiamare il mio cliente, è spoglia. Ci sono un letto matrimoniale e una tavolino con due sedie. C'è un telefono, uno specchio e un orribile quadro moderno troppo piccolo per l'enorme parete bianca. Mi siedo, e quando la guardia fa per avvicinarmi, semplicemente mi alzo con l'indice gli tocco il naso, facendo poi cenno di no. Sussurro "cose più importanti, ora." Capisce che aria tira, e se ne va. Inizio a calcolare le mie prossime mosse compiaciuta. Slaccio un altro bottone, e specchiandomi metto a posto il reggiseno osè e i capelli. Attendo circa dieci minuti, tra rumori di sbarre e si porte che si aprono e chiudono. Scaccio forte dalla testa il pensiero della morte di mio padre, e cerco di farmi trovare pronta dal mio amante.

Quando sento dei passi avvicinarsi, mi alzo di scatto e mi preparo a parlare. Entra da solo, un po coperto dall'ombra. Mi sporgo in avanti, a vederlo. Quando i suoi occhi verdi brillano alla luce della lampada al neon, mi ritraggo indietro. Bellissimo. Ricci quasi argentati.  Spalle larghe, ben proporzionato, profilo mozzafiato, mascella quadrata, pelle rasata con cura. Mi tende una mano quasi da pianista: morbida, con le dita affusolate, ma sicura e possente. Io, involontariamente, mi sono potata la mano alla scollatura, coprendola. Gli tendo la mano, interdetta. Muove le labbra per presentarsi: lo anticipo con voce sorpresa "Edoardo?".

Sorride con gli occhi verdi, sorride con le labbra, si muove verso di me, avvicinandosi. "Sono io. Tu invece..." Mi legge dentro per un periodo infinito, mentre la mia mano stringe i bordi della camicia mezza aperta."Ti chiami Maria". Sento le lacrime salire agli occhi: ha la voce di mio padre.   

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categoria: edoardo, maria, storyline 1


giovedì, 14 giugno 2007

Carmine, ora d'aria

Ora d'aria. L'aria cattiva di un posto infame intossicata da fumo di sigarette e calore d'asfalto. Puzza di uomo, di corpo. Puzza diversa da quella di morte, quasi antecedente. Seduto tra gli altri che passano e mi scrutano, guardo il cielo grigio di Settembre. Cupo e caldo...corrotto dagli uomini. Sento il battito del mio cuore accelerare...tornano i sogni. Il grigio del cielo sfuma, si trasforma nell'azzurro limpido del mio mare. Cerco l'aria promessa lontano, dove non posso arrivare. 

Qualcuno mi ha pestato un piede. Mi riscuoto dal sogno, e lo guardo in faccia. è negro, puzza di merda e di vigliacco. Sogghigna, fa per andarsene. Mi alzo. I miei battiti sono tornati a scandirsi lenti, spietati. lo guardo. Non ride più, adesso. La mia ombra lo copre. Nero su nero. Sempre guardandolo in faccia, sposto la sedia sopra il suo piede. Con un rapido movimento, mi siedo lasciandomi cadere. Non si modifica la mia espressione, non traspare nessun sentimento, neppure l'odio che non merita. Sento solo le ossa del suo piede cedere, non lo sento gridare. Tre suoi compari, colorati come lui, lo portano via con una mano sulla sua bocca. Le guardie non hanno visto, o non vogliono vedere. Hanno smesso di voler avere a che fare con me. Mi evitano, se possono. Finalmente finisce questa finta libertà di un ora soltanto. Torno alla mia cella. Torno a pensare al mio mare. 

Ho un ricordo che mi segue, che torna le notti e non lascia dormire. Nel sonno lo sento arrivare, lo temo, capisco che mi può far male. Cerco di fuggire l'incubo, sudo e mi rigiro tra le coperte stoppose. Alla fine arriva e torna sempre. Mi pervade: mi trovo libero, su una terrazza che si apre sul mare. La famiglia, la gioia, la tavola imbandita. Passa il vento, guardo il mare. Fisso il seno coperto da capelli rossi che desideravo prendere. Non ci sono grida nè rumori. Solo pace, bella musica paesana, risate. Ma il vento d'un tratto soffia più forte, e scolora i visi, i seni, i capelli, la tavola, il mare...scompare la musica, le risa, le parole. Tutto lentamente viene portato lontano. Mi risveglio sempre nella stessa cella nera, col sudore che mi brucia negli occhi. Lo sguardo si posa sempre sull'immagine sospesa della Vergine infilzata.

Prendo l'immagine, la fisso. So che lei sola capisce e rappresenta quello che io faccio alle persone. Quello che loro mi hanno fatto per primi. Lei racchiude in se il mio dolore, e il dolore degli altri. Guardo la pelle bianca sporcata dal sangue, e me ne sento sporche le mani. So che quel sangue non si lava come le onte, non si lava con altro sangue. Ma tutto torna alla cella, nulla può cambiare.

Bussano alla porta con insitenza. Bussino pure. Continuano a battere con i manganelli. Fossimo a casa, sarebbero già stati trapassati da una raffica. Metto sul cuore la Madonnina, guardandola l'ultima volta. Apro alle quattro guardie che mi puntano con i loro fucili. Mi stringono le catene...credo mi vogliano punire per il negro. Me ne fotto. Ho ancora negli occhi quel sangue e quel mare. Mi scortano ad un ufficio, a un piano superiore. Devo avergli fatto male...penso con un sorriso. Quando l'ufficiale, vestito in camicia e ben ordinato mi apre, capisco di essermi sbagliato. Sono lì per un altro motivo.

Nella stanza arredata di legno con mobili industriali, e con qualche fotografia di donne e bambini, siede una donna. L'ufficiale congeda due delle quattro guardie. Mi da da sedere di fronte alla bella signora dai capelli castani. I due rimasti mi chiudono le manette, mi tengono comunque a tiro. Lei inizia a parlare. Ha una voce bellissima.

Quando mi risbattono in cella, un'ora dopo, sento ancora la sua voce nella mia mente, sopra solite grida che non mi lasciano in pace. Cerco di leggere il fascicolo colorato che mi ha dato. "Progetto di ri...educazione e di rein...reinte...reintegrazione sociale. Uso dell'arte per la uma...umani...u-ma-ni-zza-zio-ne del detenuto".

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categoria: carmine, storyline 2


sabato, 16 giugno 2007

Dorian, la spada di Damocle

Dorian era sempre stato, in fondo, un buon ragazzo. Aveva davvero un bisogno grande, e un grande dolore dentro di se.  Non lo abitava quello che alcuni chiamano Genio, o Follia. Ma una strana sensibilità, un modo profondo e lancinante di percepire le cose. Per questo si ritrovava con così dolce piacere nelle parole dei decadentisti, o del Grande che cantava un'altro Dorian, suo fratello. Sapeva di avere la capacità di sentire il mondo, di vederlo pulsare e gemere sotto di lui, mentre lui, infaticabile amatore, lo cercava, lo voleva e lo prendeva istante dopo istante, con cura metodica e passione, con la forza della giovinezza. Nessun ostacolo, si diceva, può fermare chi vuole davvero sapere, chi vuole cogliere il fiore del mondo per ornarsene e solevarsi dalla banale vuotezza dei giorni e degli spiriti comuni. Sognatore, ma calcolatore opportunista, Amante dell'Amore, ma conquistatore istintivo e cieco, scrittore e poeta, ma di versi che non sono mai stati scritti e saranno dimenticati. Tutto quanto faceva, dal gesto più eclatante al più modesto, lo portava avanti con orgoglio; senza cattiveria, senza odio, ma solo per soddisfare e sentir tacere quell'insaziabile desiderio che incessante lo pervadeva.

In fin dei conti Dorian, fino a quel momento, era sempre stato un giovane idealista.

Mai si sarebbe immaginato di trovarsi, all'alba di un mattino piovoso, davanti ad un ospedale addormentato con lo sguardo perso in una pozzanghera sporca, aspettando da solo un verdetto che gli avrebbe cambiato la vita. Era, appunto, solo, con i vestiti infangati e il freddo che lo riempiva di brividi a tratti, misto alla paura e allo shock. L'ultima sigaretta gli bruciava tra le dita...la cenere lunga e pendente sembrava pietrificata (come la sigaretta nella sua bocca, come il suo volto, come il suoi capelli scomposti, come la sua figura sopra una panchina colorata di rosso, come il suo cuore).

D'un tratto, come punto da una bestia velenosa, si rialzò con uno scatto. Il medico gli si stava avvicinando trafelato. "Nessuna buona notizia, Signor Clerici. Mhagdi Hararan è deceduto a causa della frattura della colonna vertebrale, decisamente imputabile all'urto con il suo veicolo.Mi spiace...cerchi di affrontare con coraggio la situazione. è l'unico buon consiglio che le posso dare." Doriano esitò, sentendo qualcosa spezzarsi dentro "Ma...dottore...Non si può davvero fare nulla?". Il dottore lo scruto per qualche istante, con aria indifferente "Signor Clerici, se non fosse stato per il sua concentrazione alcolemica imbarazzante nel sangue, forse lei qualcosa avrebbe potuto fare  Io non posso farla trornare indietro, come non posso far tornare indietro quel pover'uomo di Hararan. Quello che può certamente fare ora come ora è cercare un buon avvocato, e pregare, se crede in qualcosa. Arrivederci." Si voltò dirigendosi verso la sala interna. Dorian lo guardò sparire dietro la porta a vetri automatica con aria attonita. Si accorse, d'un tratto, che gli faceva ancora male la spalla. Tentò di prendere il cellulare con l'arto fasciato, ma il braccio non rispose a dovere: il telefono cadde nel fango. Nel cuore di Dorian non c'era spazio neppure per le imprecazioni o per le bestemmie. Non c'era speranza, non c'erano colori. Vi era il grigio della strada, davanti a lui...che correva lontano, fino a riconguingersi con un gomitolo sparso di altre strade, fino alla strada dove viveva, vicino alla metropolitana. Fino suo stabile, fino all'ascensore, fino alla porta dell'appartamento vuoto, fino al sonno tormentato che si sarebbe concesso sul leto ancora disfatto.  Non voleva guardare più avanti, nel futuro. Quello che conosceva era grigio e bagnato come il suo spirito, era certamente privo di speranza. "Non guardar oltre, sognare...". Parole di una poesia del liceo che tornavano in testa. Si mise in cammino, mentre il sole lentamente forava le nubi che lo stavano occultando.

Camminò molto, Dorian. Camminò delle ore. Vagò per la città che, prima, vide sonnecchiante e deserta, poi con le prime serrande vide aprirsi e stiracchiarsi alle luci del sole del mattino e infine vide in pieno tumulto, nel traffico delle ore di punta. Guardandolo passare, con lo sguardo allampanato, il braccio sinistro bloccato fin dalla spalla e adeso al corpo, i capelli sporchi di fango e i vesiti in parte lacerati, non avreste mai detto che quel giovane disperato era uno dei più promettenti studenti della più prestigiosa università di economia di Milano. Meno che mai avreste detto che uno così si definiva un dandy, o un bohemien, solo la sera prima. Ma tutti sappiamo come è amaro il destino delle apparenze: confermano troppo spesso ciò che si vuol credere, e mai ciò che sarebbe bene credere davvero.

Dorian aprì la porta del suo appartamento che era passato mezzogiorno. Pensò che non mangiava da dpiù di venti ore; pensò al cellulare intriso di fango; pensò che voleva fumare; pensò alla sua macchina mezza distrutta; pensò alla sua cameriera, sparita dopo che la polizia lo aveva accompagnato in ospedale per le analisi, e l'aveva lasciato lì ad aspettare il verdetto dei medici; pensò anche ai suoi genitori lontani, in Sicilia. Poi in un istante capì quanto ogni suo pensiero e tutte le parole erano così poco determinanti, così poco Vere. Niente e nessuno poteva spiegare cosa Doriano provava nel suo cuore per ciò che aveva fatto. Eppure sapeva che, agli occhi del mondo, il suo rammarico non sarebbe bastato. Sospirò "sangue chiama sangue" appena prima di cadere sul letto, rapito da un sonno nero di incubi.

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categoria: dorian, storyline3


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