Mi sveglio, apro gli occhi nel buio. Mando via i fantasmi dei miei sogni che è ancora tutto nero davanti a me. Affido in una preghiera Annelise: dorme, poverina, nella culla davanti al mio letto, sento il suo respiro faticare per la tosse. So che per la sua vita desidero qualcosa di diverso da quello che mi sono presa per me. Prego inconsciamente qualcosa, qualsiasi cosa, Qualcosa che possa salvarla. Mi muovo dal letto verso il bagno: preparo gli attrezzi del mestiere. Mi lavo accuratamente con i sali profumati. Agli uomini di finanza, quasi sempre, paicciono i profumi esotici - tra le vostre braccia si sentiranno fuggire lontano dalle loro preoccupazioni. Curo i capelli, quelli fanno sempre un ottimo effetto sulle persone fantasiose: trai miei ricci brillanti li vedo perdersi nei loro sogni. So che tutto è determinante, e tutto è infondo inutile. Se anche perderò questo lavoro, ci sarà sempre, finchè sono giovane, qualcuno disposto a pagarmi per quello che faccio. Preparo una piccola borsa con qualche oggetto, caso mai il nostro misterioso malvivente sia esigente, e mi vesto con il mio tailleur da brava ragazza: un taglio semplice, nero, una camicetta bianca con un piccolo ricamo di pizzo sulle maniche e sul collo.
Do un bacio ad Annelise, che ancora dorme, sveglio sua madre che, maledetta stupida, è riversa sul divano. Quando mi avvicino noto la coca su uno specchio di fianco al divano, e una bottiglia vuota sul pavimento. Quando la scuoto e la sua voce drogata mi insulta, la picchierei. La rabbia si mischia per un istante a frustrazione, le tiro una sberla e con i miei occhi puntati nei suoi, e pieni di lacrime "Annelise non se lo merita, non se lo merita! Non si merita me e te...lei non ha fatto niente, niente!". E lei, intorpidita:"Smettila...smettila Marie. Io non lo voglio sapere. Io non ci voglio più essere. Vorrei essere lontano...". Con un brivido che passa lungo la schiena e travolge la mia maschera spagnola mi commuovo. Smetto subito, torno in me e me ne vado. Si arrangi, lei e le sue stronzate.
Attraverso le strade del centro. Madrid è bella alla fine della primavera. Il profumo dei fiori riempie le vie, l'aria frizzante del mattino risveglia lo spirito, e le fontane spruzzano e colorano le piazze. Tutto è altro da me. Salgo sull'autobus che porta a Soto del Real, il carcere.
Eccomi, sono pronta. Apro due bottoni della camicia. Inizia lo spettacolo. Entro nel grande edificio grigio dalla parte dei visitatori. Trovo una guardia, che fissando intensamente la mia scollatura, mi chiede gentilmente "Cosa posso fare per lei, signorina?". Con grande sforzo cerco di imitare un accento inglese, nel mio spagnolo oramai abbastanza solido, e dico solo "Sono la nipote di Edoardo Nivajas De Ventura. Dovrei parlargli in private. Sono venuta da America per questo, vi prego di aiutarmi. Questioni successorie. Qui ci sono miei documenti..." Poi accentuo un sorriso e mi sporgo verso di lui, ormai ammaliato, che dimentica i documenti, e gli chiedo: "mi hanno detto che avete delle camere, qui in Spain, in cui si può parlare lontani da occhi indiscreti, vero?". Mi guarda con un ghigno assatanato, e annuisce. Dice che mi farà accomodare nella "sala di relazioni" più bella che hanno. "Meglio così" concludo. La sala in cui mi porta, dopo aver mandato a chiamare il mio cliente, è spoglia. Ci sono un letto matrimoniale e una tavolino con due sedie. C'è un telefono, uno specchio e un orribile quadro moderno troppo piccolo per l'enorme parete bianca. Mi siedo, e quando la guardia fa per avvicinarmi, semplicemente mi alzo con l'indice gli tocco il naso, facendo poi cenno di no. Sussurro "cose più importanti, ora." Capisce che aria tira, e se ne va. Inizio a calcolare le mie prossime mosse compiaciuta. Slaccio un altro bottone, e specchiandomi metto a posto il reggiseno osè e i capelli. Attendo circa dieci minuti, tra rumori di sbarre e si porte che si aprono e chiudono. Scaccio forte dalla testa il pensiero della morte di mio padre, e cerco di farmi trovare pronta dal mio amante.
Quando sento dei passi avvicinarsi, mi alzo di scatto e mi preparo a parlare. Entra da solo, un po coperto dall'ombra. Mi sporgo in avanti, a vederlo. Quando i suoi occhi verdi brillano alla luce della lampada al neon, mi ritraggo indietro. Bellissimo. Ricci quasi argentati. Spalle larghe, ben proporzionato, profilo mozzafiato, mascella quadrata, pelle rasata con cura. Mi tende una mano quasi da pianista: morbida, con le dita affusolate, ma sicura e possente. Io, involontariamente, mi sono potata la mano alla scollatura, coprendola. Gli tendo la mano, interdetta. Muove le labbra per presentarsi: lo anticipo con voce sorpresa "Edoardo?".
Sorride con gli occhi verdi, sorride con le labbra, si muove verso di me, avvicinandosi. "Sono io. Tu invece..." Mi legge dentro per un periodo infinito, mentre la mia mano stringe i bordi della camicia mezza aperta."Ti chiami Maria". Sento le lacrime salire agli occhi: ha la voce di mio padre.
