criminalstoryonline

Tre mondi diversi. Tre vite diverse. Tre crimini diversi. Le loro vite si uniranno, si sfioreranno si spegneranno: tre luci narrative dall'oscurità del carcere.
sabato, 16 giugno 2007

Dorian, la spada di Damocle

Dorian era sempre stato, in fondo, un buon ragazzo. Aveva davvero un bisogno grande, e un grande dolore dentro di se.  Non lo abitava quello che alcuni chiamano Genio, o Follia. Ma una strana sensibilità, un modo profondo e lancinante di percepire le cose. Per questo si ritrovava con così dolce piacere nelle parole dei decadentisti, o del Grande che cantava un'altro Dorian, suo fratello. Sapeva di avere la capacità di sentire il mondo, di vederlo pulsare e gemere sotto di lui, mentre lui, infaticabile amatore, lo cercava, lo voleva e lo prendeva istante dopo istante, con cura metodica e passione, con la forza della giovinezza. Nessun ostacolo, si diceva, può fermare chi vuole davvero sapere, chi vuole cogliere il fiore del mondo per ornarsene e solevarsi dalla banale vuotezza dei giorni e degli spiriti comuni. Sognatore, ma calcolatore opportunista, Amante dell'Amore, ma conquistatore istintivo e cieco, scrittore e poeta, ma di versi che non sono mai stati scritti e saranno dimenticati. Tutto quanto faceva, dal gesto più eclatante al più modesto, lo portava avanti con orgoglio; senza cattiveria, senza odio, ma solo per soddisfare e sentir tacere quell'insaziabile desiderio che incessante lo pervadeva.

In fin dei conti Dorian, fino a quel momento, era sempre stato un giovane idealista.

Mai si sarebbe immaginato di trovarsi, all'alba di un mattino piovoso, davanti ad un ospedale addormentato con lo sguardo perso in una pozzanghera sporca, aspettando da solo un verdetto che gli avrebbe cambiato la vita. Era, appunto, solo, con i vestiti infangati e il freddo che lo riempiva di brividi a tratti, misto alla paura e allo shock. L'ultima sigaretta gli bruciava tra le dita...la cenere lunga e pendente sembrava pietrificata (come la sigaretta nella sua bocca, come il suo volto, come il suoi capelli scomposti, come la sua figura sopra una panchina colorata di rosso, come il suo cuore).

D'un tratto, come punto da una bestia velenosa, si rialzò con uno scatto. Il medico gli si stava avvicinando trafelato. "Nessuna buona notizia, Signor Clerici. Mhagdi Hararan è deceduto a causa della frattura della colonna vertebrale, decisamente imputabile all'urto con il suo veicolo.Mi spiace...cerchi di affrontare con coraggio la situazione. è l'unico buon consiglio che le posso dare." Doriano esitò, sentendo qualcosa spezzarsi dentro "Ma...dottore...Non si può davvero fare nulla?". Il dottore lo scruto per qualche istante, con aria indifferente "Signor Clerici, se non fosse stato per il sua concentrazione alcolemica imbarazzante nel sangue, forse lei qualcosa avrebbe potuto fare  Io non posso farla trornare indietro, come non posso far tornare indietro quel pover'uomo di Hararan. Quello che può certamente fare ora come ora è cercare un buon avvocato, e pregare, se crede in qualcosa. Arrivederci." Si voltò dirigendosi verso la sala interna. Dorian lo guardò sparire dietro la porta a vetri automatica con aria attonita. Si accorse, d'un tratto, che gli faceva ancora male la spalla. Tentò di prendere il cellulare con l'arto fasciato, ma il braccio non rispose a dovere: il telefono cadde nel fango. Nel cuore di Dorian non c'era spazio neppure per le imprecazioni o per le bestemmie. Non c'era speranza, non c'erano colori. Vi era il grigio della strada, davanti a lui...che correva lontano, fino a riconguingersi con un gomitolo sparso di altre strade, fino alla strada dove viveva, vicino alla metropolitana. Fino suo stabile, fino all'ascensore, fino alla porta dell'appartamento vuoto, fino al sonno tormentato che si sarebbe concesso sul leto ancora disfatto.  Non voleva guardare più avanti, nel futuro. Quello che conosceva era grigio e bagnato come il suo spirito, era certamente privo di speranza. "Non guardar oltre, sognare...". Parole di una poesia del liceo che tornavano in testa. Si mise in cammino, mentre il sole lentamente forava le nubi che lo stavano occultando.

Camminò molto, Dorian. Camminò delle ore. Vagò per la città che, prima, vide sonnecchiante e deserta, poi con le prime serrande vide aprirsi e stiracchiarsi alle luci del sole del mattino e infine vide in pieno tumulto, nel traffico delle ore di punta. Guardandolo passare, con lo sguardo allampanato, il braccio sinistro bloccato fin dalla spalla e adeso al corpo, i capelli sporchi di fango e i vesiti in parte lacerati, non avreste mai detto che quel giovane disperato era uno dei più promettenti studenti della più prestigiosa università di economia di Milano. Meno che mai avreste detto che uno così si definiva un dandy, o un bohemien, solo la sera prima. Ma tutti sappiamo come è amaro il destino delle apparenze: confermano troppo spesso ciò che si vuol credere, e mai ciò che sarebbe bene credere davvero.

Dorian aprì la porta del suo appartamento che era passato mezzogiorno. Pensò che non mangiava da dpiù di venti ore; pensò al cellulare intriso di fango; pensò che voleva fumare; pensò alla sua macchina mezza distrutta; pensò alla sua cameriera, sparita dopo che la polizia lo aveva accompagnato in ospedale per le analisi, e l'aveva lasciato lì ad aspettare il verdetto dei medici; pensò anche ai suoi genitori lontani, in Sicilia. Poi in un istante capì quanto ogni suo pensiero e tutte le parole erano così poco determinanti, così poco Vere. Niente e nessuno poteva spiegare cosa Doriano provava nel suo cuore per ciò che aveva fatto. Eppure sapeva che, agli occhi del mondo, il suo rammarico non sarebbe bastato. Sospirò "sangue chiama sangue" appena prima di cadere sul letto, rapito da un sonno nero di incubi.

postato da Derozest alle ore 13:25 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: dorian, storyline3



Commenti
#1   28 Giugno 2007 - 08:19
 
Bella anche questa parte di Dorian, molto introspettiva: anche in questa parte si ritrovano elementi di classicitò: "Ma tutti sappiamo come è amaro il destino delle apparenze: confermano troppo spesso ciò che si vuol credere, e mai ciò che sarebbe bene credere davvero." Molto Ciceroniano, il commento dell'autore riferito al pubblico con la prima persona sul destino ingannevole.
Bello!
utente anonimo

#2   29 Giugno 2007 - 13:03
 
Purtroppo sono in fase di blocco "artistico" a causa di lutto terribile.
Ma sento dentro molta voglia di scrivere. Vi assicuro, 25 o meno lettori miei, che tra poco qualcosa verrà fuori. Non so se riuscirò a scrivere di marie, forse continuerò su dorian. magari carmine....ma vedremo.
A presto.
Corrado
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