criminalstoryonline

Tre mondi diversi. Tre vite diverse. Tre crimini diversi. Le loro vite si uniranno, si sfioreranno si spegneranno: tre luci narrative dall'oscurità del carcere.
sabato, 26 maggio 2007

Maria e Edoardo

Sono Maria, ho ventitre anni, vengo dalla Svezia. Sono a Madrid da due anni, e faccio l'accompagnatrice. Ronnie, il mio capo, dice che non vuol dire che sono una puttana da strada. Vuol dire solo che a Madrid i signori ricchi possono portarmi in giro nella loro costosa automobile, mostrarmi o non mostrarmi, e divertirsi con me per non meno di cinquecento euro a notte. Dicono che sono bella, e che sono tutta loro. Io nel mio vestito elegante e nella mia acconciatura alla moda, non rispondo: non rido e non piango, ma aspetto il di tornare, il fine settimana, per stare con mia sorella e la sua piccola bambina, che è malata di leucemia.  I miei soldi servono alla nostra famiglia di tre donne e nessun uomo, per vivere insieme, curare Annelise, e darci un futuro. Un tempo non era così:  nel mio liceo di Stoccolma ero la più invidiata della classe per i miei lucenti ricci rossi e il mio corpo prosperoso da mediterranea; mentre i ragazzi mi guardavano passare e mi ammiravano, i professori mi lodavano per la mia passione per le scienze. I sogni accumulati in infiniti cassetti di una stanza senza memorie si sono rotti un giorno di Ottobre. Mia madre è morta, mia sorella Luise ha partorito a sedici anni, ci siamo trovate piene di debiti e senza soldi, con una bocca da sfamare. Nè l'orgoglio nè l'amore vincono la fame...per più di un mese. Così abbandonai i miei cassetti di sogni rovesciati: L'Università appena cominciata, il mio principe azzurro che mi adorava, le immagini di tanti figli e di baita sui fiordi proprio dove l'avevamo fatto la prima volta. Con internet trovammo voli a basso prezzo: così la Spagna trovò noi, e con lei ci trovò Ronnie.

Chi mi legge si chiederà cosa possa avere da raccontare una come me. Non pensiate che cerchi il vostro perdono o la vostra compassione: infine ho capito che da sempre sono stata libera, ma ho sbagliato. Fare la puttana di lusso non vuol dire perdere i sogni, solo dimenticarli. Beh, comunque io ce l'ho una cosa da raccontare, se mi volete ascoltare. Più che una cosa, è una persona e si chiama Edoardo.

Edoardo Nvajas De Ventura ha quarantadue anni, i capelli corti brizzolati , la pelle liscia e abbronzata, due splendidi occhi magnetici e verdi, un fisico curato da anni di sport. Ha molte proprietà e molti amici, una figlia che studia in Australia, una ex-moglie risposta e adesso fa il carcerato. Si, Edoardo è in galera. Bancarotta Fraudolenta aggravata da danno patrimoniale di rilevante gravità, 8 anni di reclusione - per fortuna che sto studiando la vostra lingua su un libro della figlia di lui, altrimenti credo non sarei mai riuscita a scriverlo correttamente -. Ma andiamo con ordine:

Un pomeriggio di Marzo mi ha chiamato il mio capo, Ronnie, e mi ha detto che aveva un lavoro grosso per me. Sono andata da lui sotto una pioggia di vergogna come tutte le volte, per le strade di periferia calde d'asfalto. Come tutte le volte il bisogno di soldi era più forte del desiderio di andre via e abbandonare questa vita.  Ripenso a quello in cui mi sono messa quando sono stata attratta da questo lavoro: all'inizio sono soldi facili e moda gratis. Poi inizia il vortice dell'abbandono; ricchi, party, sesso, droghe. Poi, sesso a pagamento per mantenere la bambina e la dipendenza, poi infine il vero lavoro che, ho scoperto, mi sarebbe aspettato con Ronnie. Ronnie è un ragazzo sui trentacinque, dalle spalle larghe e dalle mani pesanti... tiene il suo piccolo business da casa sua, tramite annunci su internet e cose del genere. Salgo da lui: l'appartamento è grigio e spoglio, puzza di sesso e hashish. Mi apre: è nudo, con una birra in mano e i lunghi capelli neri sulla faccia. Mi squadra e mi sorride - sa che sarei tornata. Mi avvicino e lo bacio su una guancia: gli sento il profumo di mia sorella addosso. Spero sia una coincidenza, ma so che aveva bisogno di soldi, in un istante capisco che è di la in camera da letto, sento la sua voce assonnata chiamare "amore". Mi chedo solo dove abbia lasciato la piccola Annelise. Ronnie si siede con aria sorniona sul divano davanti alla televisione che manda un programma di cucina. Mi offre della coca, la prendo, mi dice che scalerà come al solito da conto, non lo guardo in faccia per non far trasparire il rigetto e il bisogno. Mi accendo una sigaretta mentre mi dice che uno dei suoi clienti storici vuole fare una sorpresa a un amico. Nulla di nuovo - penso- sono abituata a queste cose. Party in ville di lusso vestita da coniglietta o da infermiera. Poco importa. Sta volta, dice Ronnie, è diverso: sta volta la festa è in galera. In un istante mi travolge un ricordo: mia madre che mi viene a prendere fuori da scuola con mia sorella per mano e mi dice "hanno ucciso papà in galera". Non mi ricordo lacrime, solo terrore. Il suo compagno di cella l'aveva picchiato a morte con una sedia in una notte di neve. Ricordo ancora come le mie lacrime calde di rabbia e paura scavassero la neve al camposanto. Sconvolta punto gli occhi in faccia a Ronnie e dico che non accetterò questo lavoro. Ronnie mi guarda e mi squadra con gli occhi cattivi: so che sta per dirlo ancora. "Bene, allora vattene e lascia morire di fame quella zoccola di tua sorella e il suo marmocchio deforme". In cuor mio, bestemmio. Non piango: non ci sono lacrime per quelle come noi. Gli sorrido e gli dico "hai ragione Ronnie, scusa". Torniamo a parlare, e mi spiega: mi dice che il suo amico è disposto a pagarci duemila euro per la sorpresa, poi tutte le altre volte che verremo ci accorderemo direttamente coll'ingabbiato, se ne avrà piacere. Mi dice che il cliente, questa volta, è una brava persona: pare sia un importante imprenditore, un amministratore o qualcosa del genere. "Quasi un piacere, portarselo a letto". Letto duro del carcere, ma pur sempre letto. Dovete sapere, se non siete di qui, che in Spagna è stata fatta una legge che permette gli incontri e le relazioni personali in galera. Questo serve a evitare che i delinquenti rinchiusi da molti anni riaschino traumi sessuali, o sfoghino la loro repressione sugli altri galeotti. Ma chiaramente non sono concessi rappoti con donne di strada o sconosciute: il rischio di contatti con la malavita è troppo alto per lasciare entrare prostitute e accompagnatrici in contatto con malviventi di qualunque sorta. Qui entra in gioco la mia bravura: dovrò fingermi sua moglie, sua nipote, sua cugina, eludere i controlli delle guardie, magari con uno sguardo ammiccante o una scollatura accentuata, e riuscire ad entrare in quella camera con lui. Il nostro carcerato si aspetta di incontrare l'amico: sarà una bella sorpresa. Penso che vorrò godermi quel momento di recitazione, so che una volta iniziato, in quella sala il mio ruolo torna lo stesso di sempre. Sesso e soldi.

Bene....ci pensai molto a lungo, rispetto al solito: aspettai la seconda striscia della bamba di Ronnie, per essere definitivamente assoldata, e ascoltare tutte le condizioni. è stato così che il giorno dopo ho incontrato Edoardo.

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domenica, 03 giugno 2007

Maria e Edoardo, incontro

Mi sveglio, apro gli occhi nel buio. Mando via i fantasmi dei miei sogni che è ancora tutto nero davanti a me. Affido in una preghiera Annelise: dorme, poverina, nella culla davanti al mio letto, sento il suo respiro faticare per la tosse. So che per la sua vita desidero qualcosa di diverso da quello che mi sono presa per me. Prego inconsciamente qualcosa, qualsiasi cosa, Qualcosa che possa salvarla. Mi muovo dal letto verso il bagno: preparo gli attrezzi del mestiere. Mi lavo accuratamente con i sali profumati. Agli uomini di finanza, quasi sempre, paicciono i profumi esotici - tra le vostre braccia si sentiranno fuggire lontano dalle loro preoccupazioni.  Curo i capelli, quelli fanno sempre un ottimo effetto sulle persone fantasiose: trai miei ricci brillanti li vedo perdersi nei loro sogni. So che tutto è determinante, e tutto è infondo inutile. Se anche perderò questo lavoro, ci sarà sempre, finchè sono giovane, qualcuno disposto a pagarmi per quello che faccio. Preparo una piccola borsa con qualche oggetto, caso mai il nostro misterioso malvivente sia esigente, e mi vesto con il mio tailleur da brava ragazza: un taglio semplice, nero, una camicetta bianca con un piccolo ricamo di pizzo sulle maniche e sul collo.

Do un bacio ad Annelise, che ancora dorme, sveglio sua madre che, maledetta stupida, è riversa sul divano. Quando mi avvicino noto la coca su uno specchio di fianco al divano, e una bottiglia vuota sul pavimento. Quando la scuoto e la sua voce drogata mi insulta, la picchierei. La rabbia si mischia per un istante a frustrazione, le tiro una sberla e con i miei occhi puntati nei suoi, e pieni di lacrime "Annelise non se lo merita, non se lo merita! Non si merita me e te...lei non ha fatto niente, niente!". E lei, intorpidita:"Smettila...smettila Marie. Io non lo voglio sapere. Io non ci voglio più essere. Vorrei essere lontano...". Con un brivido che passa lungo la schiena e travolge la mia maschera spagnola mi commuovo. Smetto subito, torno in me e me ne vado. Si arrangi, lei e le sue stronzate.

Attraverso le strade del centro. Madrid è bella alla fine della primavera. Il profumo dei fiori riempie le vie, l'aria frizzante del mattino risveglia lo spirito, e le fontane spruzzano e colorano le piazze.  Tutto è altro da me. Salgo sull'autobus che porta a Soto del Real, il carcere.

Eccomi, sono pronta. Apro due bottoni della camicia. Inizia lo spettacolo. Entro nel grande edificio grigio dalla parte dei visitatori. Trovo una guardia, che fissando intensamente la mia scollatura, mi chiede gentilmente "Cosa posso fare per lei, signorina?". Con grande sforzo cerco di imitare un accento inglese, nel mio spagnolo oramai abbastanza solido, e dico solo "Sono la nipote di Edoardo Nivajas De Ventura. Dovrei parlargli in private. Sono venuta da America per questo, vi prego di aiutarmi.  Questioni successorie. Qui ci sono miei documenti..." Poi accentuo un sorriso e mi sporgo verso di lui, ormai ammaliato, che dimentica i documenti, e gli chiedo: "mi hanno detto che avete delle camere, qui in Spain, in cui si può parlare lontani da occhi indiscreti, vero?". Mi guarda con un ghigno assatanato, e annuisce. Dice che mi farà accomodare nella "sala di relazioni" più bella che hanno. "Meglio così" concludo. La sala in cui mi porta, dopo aver mandato a chiamare il mio cliente, è spoglia. Ci sono un letto matrimoniale e una tavolino con due sedie. C'è un telefono, uno specchio e un orribile quadro moderno troppo piccolo per l'enorme parete bianca. Mi siedo, e quando la guardia fa per avvicinarmi, semplicemente mi alzo con l'indice gli tocco il naso, facendo poi cenno di no. Sussurro "cose più importanti, ora." Capisce che aria tira, e se ne va. Inizio a calcolare le mie prossime mosse compiaciuta. Slaccio un altro bottone, e specchiandomi metto a posto il reggiseno osè e i capelli. Attendo circa dieci minuti, tra rumori di sbarre e si porte che si aprono e chiudono. Scaccio forte dalla testa il pensiero della morte di mio padre, e cerco di farmi trovare pronta dal mio amante.

Quando sento dei passi avvicinarsi, mi alzo di scatto e mi preparo a parlare. Entra da solo, un po coperto dall'ombra. Mi sporgo in avanti, a vederlo. Quando i suoi occhi verdi brillano alla luce della lampada al neon, mi ritraggo indietro. Bellissimo. Ricci quasi argentati.  Spalle larghe, ben proporzionato, profilo mozzafiato, mascella quadrata, pelle rasata con cura. Mi tende una mano quasi da pianista: morbida, con le dita affusolate, ma sicura e possente. Io, involontariamente, mi sono potata la mano alla scollatura, coprendola. Gli tendo la mano, interdetta. Muove le labbra per presentarsi: lo anticipo con voce sorpresa "Edoardo?".

Sorride con gli occhi verdi, sorride con le labbra, si muove verso di me, avvicinandosi. "Sono io. Tu invece..." Mi legge dentro per un periodo infinito, mentre la mia mano stringe i bordi della camicia mezza aperta."Ti chiami Maria". Sento le lacrime salire agli occhi: ha la voce di mio padre.   

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sabato, 21 luglio 2007

Maria e Edoardo, catarsi

Come posso descrivere ciò che sento, mentre esco dal carcere dopo il mio primo incontro con Edoardo? Un vortice di sensazioni e di pensieri avvolge i miei passi diretti e sicuri verso la porta a vetri d'ingresso. Osservo la porta, la faccia stupita e affascinata della guardia che mi ha fatto passare, che non manca di guardarmi il culo mentre passo. Faccio un passo avanti, apro la porta. Il vortice colorato e informe di emozioni si blocca in un istante quasi si stesse per rompere: tutto converge in un pensiero inaspettato: "Che gioia deve provare un carcerato a oltrepassare, per la prima volta dopo anni, questa stessa porta a vetri grigia e opaca da uomo libero?" Provo a immaginare quella gioia, quella liberazione, ma non ci riesco: per noi è così scontata la bellezza del mondo che spesso non vogliamo vedere che la tristezza, le lacrime, la violenza, il male. Cerco allora per immedesimarmi di pensare di ritrovare tutto ciò che amo nel mondo dopo averlo perso per tanto tempo. Il colore delle foglie d'autunno, gli occhi di Annelise profondi e azzurri, le stelle del cielo del Nord, i fiordi ghiacciati, il profumo dell'asfalto bagnato dalla pioggia. Si, la pioggia. Me ne sono accorgo tardi, solo dopo che ne sono completamente avvolta: piove fuori dal carcere, piove sui tetti, piove sugli alberi, piove sui colli intorno a Madrid, sul carcere, sulle nostre vite. Piove su di me, e dopo l'incontro con Edoardo quella pioggia la sento sfiorarmi come una liberazione.

Quando, molto tempo dopo, raccontai a Edoardo questo momento, descrisse quei miei sentimenti con una parola: Catarsi. Disse che era la stessa cosa che provò lui quando vide nel nostro primo incontro i miei occhi riempirsi di lacrime: una strana forma di sottile dolore che deriva dal dolore degli altri, e si fonde nel tuo cuore in dolcezza, una purificazione che ti pervade, che dipende da due occhi che ti sanno guardare. Ma molto prima che Edoardo mi spiegasse tutto questo, mi trovavo su un autobus diretto a Madrid, a ripensare alla prima volta che l'avevo visto. Ritorno ai suoi occhi e ai miei:

Ascolto la sua voce, violentata nel cuore dalla somiglianza con il ricordo della voce di mio padre. Cerco di riallacciarmi i bottoni della camicia, troppo imbarazzata e colpita da quell’uomo per metterla direttamente sul piano della carne. Era quasi surreale: il piccolo specchio e il piccolissimo quadro, immersi nel bianco grigiastro delle pareti sembrano macchie eterogenee su una camicia logora; noi due, in piedi nel mezzo della stanza, che ci studiamo come prima di combattere, o di fare l'amore. Penso alla buona recitazione appena proposta alle guardie, e mi accorgo che tutto è cambiato: adesso non mi escono le parole. In un momento tremo: come se per la prima volta stessi interiormente rifiutando la maschera che mi copriva, che rende tali tutte le prostitute.

Forse è proprio grazie a questa che sono sempre riuscita a fare bene quel lavoro: è il mio corpo in vendita, ma non sono io...non la mia anima, non i miei gesti, ma solo uno spettacolo, con l'overture - dagli aperitivi costosi al semplice strip-tease - atto primo secondo terzo con un gran final da me non condiviso, e una leggera musica d'uscita senza pretesa di ricordi o di futuro. Ma certo non sono io...davanti a tutti gli altri.

Tengo stretta la mia maschera, tengo stretta la mia forza che piace a chi mi paga, che mi fa trovare da vivere per me, mia sorella e Annelise, che mi difende dagli altri e da me stessa e mi rende richiesta, che mi trasforma in ciò che non sono e quindi mi permette di sacrificare il mio corpo senza troppo rimpianto. La tengo stretta e cerco di uscire dalla situazione di imbarazzo e di enpasse che si sta creando: Edoardo che mi guarda silenzioso e incuriosito, io colpita e quasi condotta alle lacrime che mi riallaccio i bottoni quando dovrei slacciarli tutti.

Mi ripeto in testa la mia parte, sfoggio un sorriso, e inizio: "Bene, Edoardo…sono venuta fino a qui per farti una sorpresa. Forse sei stupito, ma il signor ***, mio caro amico, mi ha raccontato la tua situazione, mi ha raccontato quanto sei solo tra queste mura grigie, e che non ti trattano con il dovuto rispetto per la tua posizione. Mi ha parlato molto di te, mi ha detto che sei una persona molto interessante, e che avrei certamente apprezzato la tua compagnia. Così ho pensato: "perché non tentare?"…oggi è la giornata giusta per provare qualcosa di eccezionale"

Edoardo mi sorride, quasi scherzando, e mi risponde "Certo…il signor *** è un mio caro amico, e ha grande considerazione di me. Eppure vedi, ho la netta impressione che questa nostra surreale discussione, Marie, non sia dovuta al tuo buon cuore di donna, che ti porta a cerare di conoscere un carcerato per mero interesse relazionale…Se sei qui, come le altre ragazze che mi hanno mandato, per concederti a me, devo dire che ho apprezzato il tuo modo di farlo. Sappi, comunque, che non ho nessuna intenzione di accettare, per adesso, nessuna avance da parte tua. Se sei pagata, verrai pagata lo stesso. Mi hai trovato in un momento particolare; è proprio vero quello che dici: ho sinceramente bisogno di qualcuno con cui parlare. Il sesso, adesso, non mi interessa. Sei bellissima, e troverai certo di meglio di me per allietare i tuoi pomeriggi nella calda primavera spagnola. Molto meglio di un carcerato malvestito e di vent’anni più vecchio di te, con degli amici malviventi che cercano di sollazzarlo per fargli scordare il tormento del carcere e della solitudine."

Lo guardo ferita, e mi siedo. Sono stanca di fingere, e preferisco stare alle sue condizioni che tentare di convincerlo a farlo con me, quando nessuno dei due lo vuole davvero. Sarebbe un fallimento. Mi attrae il suo modo di fare e di parlare, così lo sfido: "Come tu faccia a sapere il mio nome non mi interessa. Non mi interessa neanche il giudizio che hai sulla gente che mi ha mandato qui. Ma che tu mi dia della puttana solo perché oggi ho avuto la stupida idea di venire a parlarti, ecco, questo mi da fastidio. Che poi io abbia preso in considerazione l’idea di farlo con te, questo posso concedertelo…non sono certo una timida. Ma spero tu colga la differenza... In ogni caso, ho capito come funziona con te: se vuoi parlare, parleremo". Edoardo mi fissa con un bel sorriso intenso negli occhi; non tenta neppure di giustificarsi. Mi dice solo "Sta bene, Marie…chiunque tu sia, e se tu sia pagata o no per essere qui, sono contento di averti con me, ora. Abbiamo due ore di tempo, non ho intenzione di perdere quest'occasione di conoscerti". Si siede anche lui, e iniziamo a parlare.

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