Su questo foglio, con questa penna, confuso. Confusamente scrivo e disegno le cose che non capisco. Scrivo e non voglio...scrivere per nessuno è come pensare e non poter parlare.
Prepararsi, è l'ora d'aria. Prepararsi, perchè lì si è più soli di quando qui di notte senti il cuore che piange e sei solo. Più solo di quando sei libero, ma non sei capace. Davanti alle cento persone che girano in cerchio, che ridono e sanno parlare, in mezzo al caos di quei minuti; libero ma col fucile puntato, lì si che sei solo. In mezzo a tutta quella marmaglia. Sono più grande, più forte, più veloce e più spietato. Ma so che mi invidiano e mi odiano per come sono, per quello che ho fatto, per come mi esprimo, per il mondo da dove vengo. Mi odiano, e aspettano l'occasione per smettere di farmi marcire in galera per darmi a marcire ai vermi. Se non fosse per quei polizziotti col mitra, che temono noi "sorvegliati di massima sicurezza" come fossimo diavoli, e girano armati fino ai denti, mi prenderei l'onore di controllare nella testa dei miei compagni di giochi se davvero c'è qualcosa. Una cosa da fare a mani nude, che da molta soddisfazione. I risultati possono essere sconcertanti.
Ma qui ho ancora una vita da passare. Gli avvocati mi hanno abbandonato a me stesso, e la mia famiglia non viene neppure più a trovarmi. Sono passati sei anni dal giorno dell'arresto, e solo due da quando mi sono ribellato al carceriere e gli ho spaccato il muso. Le cose non fanno che peggiorare, non c'è una via d'uscita. ma non è una cosa che ho scelto. Rifiutare la buona condotta e la semilibertà tra quindici anni è stata un'esigenza, come evitare che quello scimmione del secondino cercasse di rompermi il culo. La prima cosa che ti insegnano dalle mie parti è che Lui è il capo, la seconda è avere sempre rispetto per la Vergine Maria, la terza è che tutti stanno cercando di fotterti, e ogni cosa che accetti o che fai ha una ripercussione su quello che sei, su come sarai, e su come la gente ti vede. Prendersi la vergogna una volta vuol dire morire dentro per sempre, e farsi fottere ogni notte. Non sono mai stato il tipo da scendere a compromessi: se mi vai bene, bene. Se non mi vai bene non ha senso che tu stia in giro, quindi non ci devi essere più.
Se la mia lingua si sciogliesse, l'avrei urlato in faccia a quel polizziotto rottoinculo prima di sfondargli la faccia: non mi usciranno dalla testa le tue grida quando morirai. Nella mia testa e nei miei incubi restano sempre le facce e i rumori: da me non esce niente. Tutto resta, tutto torna, nessun'altra espressione. Non riesco a liberarmi dei suoni dei rumori delle parole che mi hanno attraversato: mi martellano in testa secondo per secondo, voci di facce che ho dimenticato, rumori di pistole di notte nel fumo, scrosci di pioggia sul mare, passi sul pavimento della bettola che vengono a prenderti. E ancora solo grida di angoscia, mai urla d'amore.
A ogni uomo che uccidi, ti si irruvidiscono le mani e ti si raggela il cuore, e alla fine lo fai per mangiare, per noia, per covenienza...non c'è neanche odio. I Sei anni in carcere sono più o meno questo: il freddo dell'anima che si prepara a sparire. So che un giorno mi prenderà stessa morte che regalo agli altri, sarò suo e tutto questo finirà. Ma fino ad allora, ci devono ancora riuscire a fermarmi davvero.
Ora d'aria. L'aria cattiva di un posto infame intossicata da fumo di sigarette e calore d'asfalto. Puzza di uomo, di corpo. Puzza diversa da quella di morte, quasi antecedente. Seduto tra gli altri che passano e mi scrutano, guardo il cielo grigio di Settembre. Cupo e caldo...corrotto dagli uomini. Sento il battito del mio cuore accelerare...tornano i sogni. Il grigio del cielo sfuma, si trasforma nell'azzurro limpido del mio mare. Cerco l'aria promessa lontano, dove non posso arrivare.
Qualcuno mi ha pestato un piede. Mi riscuoto dal sogno, e lo guardo in faccia. è negro, puzza di merda e di vigliacco. Sogghigna, fa per andarsene. Mi alzo. I miei battiti sono tornati a scandirsi lenti, spietati. lo guardo. Non ride più, adesso. La mia ombra lo copre. Nero su nero. Sempre guardandolo in faccia, sposto la sedia sopra il suo piede. Con un rapido movimento, mi siedo lasciandomi cadere. Non si modifica la mia espressione, non traspare nessun sentimento, neppure l'odio che non merita. Sento solo le ossa del suo piede cedere, non lo sento gridare. Tre suoi compari, colorati come lui, lo portano via con una mano sulla sua bocca. Le guardie non hanno visto, o non vogliono vedere. Hanno smesso di voler avere a che fare con me. Mi evitano, se possono. Finalmente finisce questa finta libertà di un ora soltanto. Torno alla mia cella. Torno a pensare al mio mare.
Ho un ricordo che mi segue, che torna le notti e non lascia dormire. Nel sonno lo sento arrivare, lo temo, capisco che mi può far male. Cerco di fuggire l'incubo, sudo e mi rigiro tra le coperte stoppose. Alla fine arriva e torna sempre. Mi pervade: mi trovo libero, su una terrazza che si apre sul mare. La famiglia, la gioia, la tavola imbandita. Passa il vento, guardo il mare. Fisso il seno coperto da capelli rossi che desideravo prendere. Non ci sono grida nè rumori. Solo pace, bella musica paesana, risate. Ma il vento d'un tratto soffia più forte, e scolora i visi, i seni, i capelli, la tavola, il mare...scompare la musica, le risa, le parole. Tutto lentamente viene portato lontano. Mi risveglio sempre nella stessa cella nera, col sudore che mi brucia negli occhi. Lo sguardo si posa sempre sull'immagine sospesa della Vergine infilzata.
Prendo l'immagine, la fisso. So che lei sola capisce e rappresenta quello che io faccio alle persone. Quello che loro mi hanno fatto per primi. Lei racchiude in se il mio dolore, e il dolore degli altri. Guardo la pelle bianca sporcata dal sangue, e me ne sento sporche le mani. So che quel sangue non si lava come le onte, non si lava con altro sangue. Ma tutto torna alla cella, nulla può cambiare.
Bussano alla porta con insitenza. Bussino pure. Continuano a battere con i manganelli. Fossimo a casa, sarebbero già stati trapassati da una raffica. Metto sul cuore la Madonnina, guardandola l'ultima volta. Apro alle quattro guardie che mi puntano con i loro fucili. Mi stringono le catene...credo mi vogliano punire per il negro. Me ne fotto. Ho ancora negli occhi quel sangue e quel mare. Mi scortano ad un ufficio, a un piano superiore. Devo avergli fatto male...penso con un sorriso. Quando l'ufficiale, vestito in camicia e ben ordinato mi apre, capisco di essermi sbagliato. Sono lì per un altro motivo.
Nella stanza arredata di legno con mobili industriali, e con qualche fotografia di donne e bambini, siede una donna. L'ufficiale congeda due delle quattro guardie. Mi da da sedere di fronte alla bella signora dai capelli castani. I due rimasti mi chiudono le manette, mi tengono comunque a tiro. Lei inizia a parlare. Ha una voce bellissima.
Quando mi risbattono in cella, un'ora dopo, sento ancora la sua voce nella mia mente, sopra solite grida che non mi lasciano in pace. Cerco di leggere il fascicolo colorato che mi ha dato. "Progetto di ri...educazione e di rein...reinte...reintegrazione sociale. Uso dell'arte per la uma...umani...u-ma-ni-zza-zio-ne del detenuto".
Quattro pareti si chiudono intorno al mio letto e a una scrivania che non ho mai usato. La televisione accesa butta luci colorate sulla parete grigia. Anche le luci sono grige, come tutte le parole. Sento una voce di donna al telegiornale parlare di una strage in famiglia, in un posto che conosco. Forse conosco quelli che l'hanno fatta. Era un lavoro che andava fatto, prima o poi. Forse, un tempo, ci dividevamo i soldi degli ingaggi. Ma oggi loro sono liberi, con armi soldi donne parole da parlare. E io, forse per colpa loro, sono perduto in questo grigio che annulla i colori.
Ricordo che contavo i battiti del cuore prima di sparare. Contavo fino a dieci, come mi diceva mamma, prima di fare qualcosa di sbagliato. E con un sorriso al dieci sparavo, o spezzavo il collo. (Mi spiace mamma, ma non ha funzionato. Da quando ti hanno trucidato con gli altri, conto fino a dieci per rievocare il tuo urlo nella mia testa, e provare piacere nel vendicarmi con il mondo per questo. E per tanto, tanto altro.) Ma questi idioti che mandano in giro a fare lavori non sono più capaci. Il giorno dopo lo sa la polizia, così vanno in panico e si fanno prendere, prima o poi. Si godano, allora, questo momento di libertà, se verranno presi e sbbatuti in queste gabbie di scarti. Io non sarei qui, se non mi avessero tradito. Io sono sempre stato il migliore, in quello che facevo. Se conti fino a dieci, mentre lui ti punta gli occhi negli occhi, sei sicuro che non urlerà: gli dai tempo di perdersi, di rassgnarsi, così da coglierlo alla sprovvista. Ero il migliore, eppure sono qui, come sarano loro. Da sei anni.
Sei anni. Sei maledettissimi anni senza sentire una parola per davvero. Sei anni di trenta e più anni di odio. Sei anni senza vendetta e senza perdono, peggio degli altri. Ma forse, di tutti questi anni, le uniche parole belle che ho sentito le ha dette quella donna, che il comandante della polizia carceraria chiamava Dottoressa. Mi ha detto "Siediti, Carmine...ho chiesto un permesso speciale per parlarti un poco" . E poi, dopo tante parole "Tu hai fatto dei grossi errori. Ma non sei qui per una vendetta di qualcuno, e loro non sono qui per farti del male: il fine del carcere è rieducare". Mi ha detto tante cose, io non ho parlato. La guardavo, colpito e attento. Era una bella donna, del nord, parlava come il Ghisa, quello della coca a Milano, ma con una voce più dolce. Non capivo tutto quello che diceva: parlava si cuola, di lettura, di artisti. Ma mi piacea il modo in cui ne parlava...ci credeva. Per una volta non ho considerato le possibilità di fuga. Non volevo farle male. Alla fine di tutto, mi ha detto una cosa: "l'uomo è ciò che egli fa di quanto lo si è reso". Lo ha detto qualche stronza checca francese, ma è giusto, io penso. Penso che accetterò di leggere le altre cose che mi manderà, e cercherò di capire...di capire perchè, di tutti i figli di zoccola in questo posto, Dottoressa ha scelto me per dirmi questa cosa, per dirmi che vuole cambiare la mia situazione. Situazione che portrebbe cambiare solo se mi facessero uscire di qui, tornare ai miei sogni, al mio onore e alla mia vendetta di un tempo. Ma aspetto, chiedendo alla Vergine di aprire i miei occhi, aspetto di capire, come sempre senza speranza ma con qualcosa di nuovo nel cuore, che non posso spiegare.